sabato 14 febbraio 2009

SENEGAL 1 - Toubab e talibè


Lunedì è il Magal, cioè la festa principale della più potente confraternita religiosa in Senegal: i Murid; e a Dakar sembra siamo rimasti solo toubab e talibè, ovverosia bianchi e bimbi di strada. E’ venerdì ma le strade sono vuote, e Dakar è tranquilla come fosse domenica: sembra davvero irreale, normalmente il traffico e la confusione sono incredibili.


Eva, la donna che ci cura la casa e segue i bambini, oggi ci ha messo più di due ore ad arrivare da noi, pur abitando lei stessa a Dakar Parcelles, un quartiere popolare: tutti i pulmini, i fatiscenti e coloratissimi car rapide, si sono diretti fuori città, verso Tuba, la città santa dell’islam sufi dei Murid; a Tuba (città arida e sabbiosa del deserto) oramai ci sono più di un milione di persone – a Dakar è rimasto il sole, il vento, e i miei mille pensieri.


Quasi dieci giorni, e dieci volumi di pensieri confusi, riassumibili in uno: ci sarà pure un senso.


Sul marciapiede di fronte a casa oggi si è raggruppato un folto gruppo di talibè. I bambini di strada di Dakar: sono diversi, meno aggressivi di quelli di Nairobi. Non sono cani sciolti: sono tutti “affidati” dalle famiglie povere ai marabù (l’equivalente dei nostri preti; suona male?) che sostanzialmente ne sfruttano la condizione di miseria ed abbandono. Si spargono per il centro di Dakar, e si muovono con al collo una latta per chiedere l’elemosina. Devono tornare a sera dal marabù con almeno 5OO franchi CEFA, circa 75 centesimi di euro, non è facile metterli assieme, se no lui li caccia via; e non avere la protezione di un marabù rende impossibile sopravvivere.

Alcuni marabù hanno anche cento bimbi. In teoria il religioso dovrebbe svolgere una funzione di paracadute sociale per le famiglie in difficoltà; in pratica il fenomeno dei bimbi di strada anche in questa capitale africana è fuori controllo. I marabù ci guadagnano, e violenza e sfruttamento sono all’ordine del giorno. Eva, cristiana della Casamance –la regione sud del Senegal – dice che i talibè ci sono per colpa dei musulmani, che non lavorano e sono cialtroni. Non le dico nulla di Nairobi dove di musulmani ce ne sono pochi e di Chakorà (bimbi di strada) molti di più e messi molto peggio.


Oggi però anche per i talibè è un giorno speciale: per il Magal tutti i marabù sono partiti verso Tuba, e quindi loro sono liberi si scegliersi un buon marciapiede ventilato al sole, senza andare in centro città, e godersi la giornata. Tanto stasera i 5oo franchi non si devono portare, non c’e’ nessuno che aspetta: evviva le feste comandate!

Qui il sole che splende e l’aria dell’oceano fanno sorridere per forza, un po’ tutti. E’ l’aspetto dell’africa che ti colpisce sempre, al di la delle situazioni peggiori – che purtroppo dilagano e fanno parte di un quotidiano dolce e crudele allo stesso tempo.


Il gruppo rumoroso di ragazzini ha di fatto spodestato il mio punto interrogativo personale, ovvero il ragazzo che direi vive seduto esattamente davanti al mio cancellino, su un tappeto da preghiera, pulito e molto dignitoso, e che passa la sua giornata cantando litanie con un bel libro scritto in arabo aperto sul marciapiede e una teiera verde. Non chiede la carità, non ha l’aria del barbone, è gentilissimo, e oramai saluta e chiacchiera con Elia e Francesco. Io non so che faccia fare, gli sorrido tutte le volte che lo scavalco con le borse della spesa, e mi imbarazza non poco. Oggi ho chiesto ad Eva: e mi ha spiegato che è il custode della casa di fronte. Finalmente si è sciolto il mistero: è pulito e in ordine perché ha un lavoro, e il suo lavoro si può svolgere benissimo seduto sul marciapiede della mia casa. Ogni tanto sul tappeto sono in due che prendono il te, e a me piace, mi da l’idea di famiglia, in un quartiere che invece è molto diverso dai quartieri popolari di Dakar, sicuramente caldi e pittoreschi, ma invivibili con due piccoli toubab.


L’altra immagine irreale di oggi sono le bandiere rosse che sventolano per tutti i 2O chilometri della Corniche, la strada costiera che unisce l’aeroporto al centro, e lungo la quale si dispiega tutta Dakar. Oggi arriva in Senegal il presidente Cinese, e questo è un omaggio per lui: centinaia di bandiere con la stella rossa, che sventolano attaccate alle palme e sul blu dell’oceano bellissimo. Qui la Cina si compra tutto: non è una battaglia geopoliticamente strategica quella sull’africa, ma lo è dal punto di vista economico. E se la Cina compra, l’Africa vende.


Veramente la classe politica africana svende tutto; dopo essersi assicurata la disponibilità delle ricchezze migliori spesso le regala alle proprie elite, e alle potenze straniere che se le contendono: finanziando quando va bene il lusso di pochi, quando va male guerre civili e dittatori.

In Senegal va bene, ho letto che il governo Senegalese ha regalato terre demaniali costiere di Dakar a potenti senegalesi e arabi (kuwaitiani prevalentemente) per l’equivalente del PIL annuale del paese. E oggi arriva la Cina: stamattina metà delle bandiere erano già state rubate, souvenir o amuleti, chissà…


La Corniche è una strada splendida, penso fosse essenziale per Dakar: ma è vietata agli africani. Vi possono transitare solo le macchine private o i taxi, non gli “Alhamdulillah” piccoli camioncini aperti e scassatissimi che straripano costantemente di gente: quindi il 99% dei Senegalesi viene multato se la usa.

Alhamdulillah significa “Dio è Grande”, è scritto in grande su tutti i cofani di questi mezzi coloratissimi: ma non abbastanza per poter usare la Corniche.

Quando posso li prendo anche io, ovverosia quando non ho i bimbi, perche volano nel traffico senza controllo, e mi fanno paura. Si fermano ogni pochi metri per far salire e scendere la gente; quando salgono i santoni-mendicanti la gente fa la colletta e paga per loro. L’altro ieri cercavo la passata di pomodoro (ebbene si, anche questi sono problemi), e ne ho trovato una bottiglia in un mercatino. Ho rischiato la pelle quando scendendo dall’Alhamdulillah mi sono sbilanciata e ho inavvertitamente sbattuto la bottiglia sul portellone dietro, quello che sta sempre spalancato con appesa tutta la gente. Un botto sul portellone infatti è il segnale che danno i “bigliettai” per far ripartire il mezzo, e dovevate vedere la faccia mia terrorizzata, appesa al volo fuori dal portellone, mentre i legittimi bigliettai allibiti restavano a piedi e cominciavano a correre dietro al loro autobus rubato da una toubab impazzita. Hanno riso tutti, e anche io quando si è fermato e mi ha lasciato scendere!


Come ho già scritto a qualcuno, i bimbi stanno bene; Elia valuta le differenze col suo mondo. Spia sempre Eva quando si toglie i capelli e li stende in giardino (tutte le africane hanno parrucche di fogge diverse che cambiano spesso); Francesco spinge imperterrito il suo tagliaerba giocattolo tra donne che arrostiscono arachidi e miglio sedute sui marciapiedi, mucchi di spazzatura e negozietti colorati, nei quali entra e chiede speranzoso “Pas bombon?”


Io avrei mille pensieri; godo della bellezza di questi posti, ma la nostra condizione stride paurosamente con la povertà che vedo tutto intorno. E questo mix di miseria e colore produce immagini che ti colpiscono a distanza di pochi istanti una dall’altra e ti lasciano ko, come in una costante doccia scozzese.


Ieri ero in centro, per pranzare con Aldo che lavora al Plateau, appunto il centro caotico, vecchio e consumato dal caldo e dalla salsedine, ma invaso dal traffico furioso della città. Due immagini mi hanno steso al tappeto, un destro-sinistro senza tempo in mezzo: una ragazza, forse sedicenne, un mucchio di stracci su un cartone sul bordo di un incrocio irrespirabile, caotico di gente, mezzi, e animali, che dormiva con accanto un bimbo forse di due mesi, anche lui assopito, o morto come il mio cuore.

E di fianco un venditore di sogni. Un vecchio con tunica blu e turbante giallo con una gabbia sotto braccio piena di uccellini anch’essi gialli: con una monetina puoi infilare il braccio nella gabbietta, prenderne uno, esprimere un desiderio e vederlo volare via.

Se si posa su di un mango, allora è vera fortuna.






mercoledì 20 agosto 2008

FERRARA - Educazione civica


1. Siamo nel mio ufficio al grattacielo (due torri, venti piani, novanta metri d’altezza, duecentodieci appartamenti; ventitrè negozi –chiusi - alla base, trentadue nazionalità diverse e un grande giardino verde attorno. Totale, per Ferrara: il Bronx). E’ la sonnecchiosa settimana di Ferragosto, sonnecchiosa anche in barba a Brunetta. Noi siamo in ufficio e stiamo sistemando dati, rendicontazioni, relazioni, tutto quello che durante l’anno rimane indietro. Tutto è tranquillo, soleggiato, silenzioso.

A un certo punto il trambusto: Shuhui (si pronuncia: Suè), una ragazzina cinese di 11 anni, urla, con la mamma dietro che urla anche lei. Noi conosciamo bene Shuhui, perché ha partecipato con entusiasmo alle tre settimane di pomeriggi di giochi organizzati nei giardini: le attività iniziavano alle 17, lei dalle 14 era pronta e aspettava in ufficio. “Ci vuole ancora un po’ Shuhui” “Bene! Si!” annuiva lei contenta di star seduta anche tre ore per aspettare.

Litigano, si strattonano. Dietro a loro il portinaio nonché pilastro del luogo Denis (che conta per la statica sociale dell’edificio più dei piloni di cemento armato) cerca evidentemente di fermarle, farle ragionale. E Shuhui piomba in ufficio, piange, agita in mano qualche cosa.

E’ arrivata dalla Cina da poche settimane; cresciuta in campagna con la nonna mentre i genitori stavano in Italia, ora si ritrova sola in un appartamento al secondo piano, dove i genitori la lasciano tutto il giorno: il papà lavora in un ristorante e la mamma in un laboratorio fuori città. E’ un libro in cinese quello che ha in mano, mi indica sempre disperata un numero, il 13 che precede alcuni paragrafi, dei molti numerati in ordine crescente che vedo. Ma capisco solo i numeri, perché tutto il resto è in cinese. La mamma, in un italiano stentato cerca di farmi capire: la bambina la picchia, non vuole stare da sola, ma lei come fa, deve lavorare, dove la lascia?

E Shuhui continua ad indicare quel 13, e piange, con caparbietà e rabbia. Poi mi viene un sospetto e prendo il libro: “Città Aperte: La Costituzione Italiana in italiano, albanese, arabo, cinese, francese, inglese, portoghese, rumeno, russo, spagnolo, filippino, bengali” stampata dal Ministero della Solidarietà Sociale. Mi si apre come una fossa sotto i piedi, fonda come il grattacielo.

Articolo 13 della Costituzione della Repubblica Italiana: “La libertà personale è inviolabile.
Non è ammessa forma alcuna di detenzione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge….È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà…”.

Shuhui, che sa poche parole di italiano, la cui mamma ha scritto su ogni piastrella verdina del bagno una parola, in cinese e in italiano, che si è trovata in casa la Costituzione della Repubblica Italiana – unico? esito concreto dell’infinito peregrinare per uffici degli stranieri in Italia – si è seduta e caparbiamente se l’è letta. La Costituzione di un paese che le ha rubato la nonna, la Casa, la vita normale, la mamma e il papà, per trovare la norma, la regola, che riassuma l’ingiustizia della sua condizione. E per chiedere giustizia. Mentre la mamma la trascinava via sul marciapiede che circonda l’edificio lei urlava, in Italiano “Polizia!!!…Polizia!!!!”.


2. Per Ferragosto decidiamo di andare con la tenda a Montesole, il parco regionale bellissimo, per la grande avventura che Elia (cinque anni a dicembre) ci chiede da un pezzo: dormire fuori nelle tende!!!! Siamo tutti felici, i bimbi oltre ogni possibile immaginazione. Chiaramente la sera di venerdì, mentre cerchiamo di piantare la tenda sotto la grande quercia che sta a fianco della foresteria del parco viene una tromba d’aria; i gestori sono mortificati (non piove da mesi!!!!), ma non ci facciamo intimidire, e prendiamo tempo con tagliatelle, crescentine e lambrusco. A questo punto il vento si arrende e noi coroniamo il sogno dei bimbi. Si dorme in tenda!!!!!

Il posto è davvero bello: siamo solo noi, qualche olandese che soggiorna nel vicino campeggio naturista, e poi natura stupenda e rigogliosa, un paesaggio bellissimo, la valle che si apre, i boschi. A sera passa una volpe davanti alla tenda, di notte la luna piena!!! Sembra fatto apposta per far innamorare; e per farti riflettere sulle lapidi disseminate un po’ ovunque, lungo le passeggiate.

Mi tiene legata questo luogo, dai contrasti silenzioni ed intensi, dove le querce (anche la nostra) rimangono testimoni imparziali, del bene e del male; ci torno spesso. Monte Sole è tristemente famoso per i ricordi delle stragi del 1944, quando fra il 29 settembre e il 5 ottobre vengono massacrate dalle truppe nazi-fasciste in piena azione contro la Brigata Partigiana Stella Rossa, 770 persone nei modi più violenti e brutali, nelle case, nei luoghi di culto. Per lo più contadini, “zappaterra” come li ha definiti– definendo se stessa – Margherita Iannelli nel suo bel diario diventato libro. Di questi: 216 sono i bambini, 316 le donne, 142 gli anziani, cinque i sacerdoti. La quercia rimane silenziosa; lo sono anche io.

La mattina seguente, i bimbi svegli e arzilli, noi un po’ meno (complice uno scomodissimo materassino gonfiabile) prendiamo uno dei sentieri del Parco, e con la lentezza esasperante delle passeggiate coi bimbi - “oh guarda un buco…un tappo….un bastone…” - ci incamminiamo. Dopo poco (in misura metrica lineare, ma in unità di tempo dopo più di un ora) arriviamo presso i ruderi del Cimitero di San Martino. Li furono uccisi alcuni religiosi, e le lapidi ricordano tristemente i fatti.

Con sorpresa (e con non pochi interrogativi negli sguardi) ci accorgiamo che davanti al cimitero è parcheggiato un grande pulmann tedesco. Ci chiediamo cosa ci faccia qui, ma lo scopriamo pochi passi più avanti. Almeno una ventina di ragazzi poco più che maggiorenni (ci diranno poi: tutti tedeschi e due russe) sono sparsi sui ruderi della chiesa e la puliscono dalle erbacce, la curano, accudiscono il luogo. “Lavoro per la pace” dice in tedesco il gagliardetto appeso davanti al pulmann. Sono giovani tedeschi che curano il luogo dove i loro padri o nonni hanno sterminato intere famiglie. Già in questi luoghi le emozioni sono forti: adesso guardo i nodi delle querce e me li sento in gola .

Mentre tento di dissimulare l’emozione approfittando dell’ennesima scoperta strabiliante di Elia (una lucertola secca) uno di loro – sudato e affaticato come tutti – mi si avvicina e sorridendo un po’ perplesso per la desolazione del luogo (ma santo cielo, è Ferragosto!!!!!) mi chiede in italiano stentato: “Questo luogo….. è poco conosciuto?….non c’e’ nessuno!!”. Mi blocco ora, davvero come la quercia, o forse meglio, la lucertola secca: non chiedermi questo! Non tu!

No, ti giuro che qui la gente che viene è tanta, dovreste esserci per il 25 aprile, migliaia di persone festanti che fanno i picnic sui prati, mi piace perché è pieno di bambini, due anni fa un pullman di Torino aveva bloccato la strada che sale da Pian di Venola e erano decine le persone che salivano a piedi…è bello, siamo tutti qui! E dovevate esserci un sabato di primavera che facevamo un'altra bella passeggiata: una vecchia vespa, che si è cominciata a sentire da lontano, è arrivata fin qui, fino a questa panchina. Ed è sceso un vecchio, alto e magro, con la tuta blu degli operai e dei lavori della domenica. Portava un mazzetto di erbe e fiori di campo al suo amico prete, che venne ucciso proprio dietro il cimitero. Senza fretta, e silenzioso, ripeteva un gesto che ci ha spiegato faceva da sessant’anni.

Lui nel ‘44 aveva 17 anni, e si era nascosto sulla cima di Monte Sole perché aveva paura. Dormiva nei boschi, si copriva coi rami. Era stato nascosto diversi giorni, e quando era uscito, per tornare a casa a Marzabotto, aveva visto il disastro: tutto bruciato, tutti morti. “Tutti mazè! - ci diceva in dialetto - tutti mazè!…mah, io non so…ci penso sempre…i bimbi…tutti mazè…ma come si fa i bimbi?….Vado a parlare nelle scuole, mia nuora è maestra a Vedegheto, e io vado e racconto sempre le stesse cose…perché ce le ho in testa”. Quel pomeriggio, quando la vespa è andata via, nessuno ha detto più nulla, se non le querce.





domenica 6 gennaio 2008

KENYA -8066S New Holland. - KAM 201 T



Modello e marca del trattore sono le uniche cose certe di questa giornata. E anche le dimensioni del campo da seminare: 5 acri. Tutto il resto e’ incerto: il destino del paese, quanti morti ci saranno oggi, quanti siamo nel campo (bimbi e adulti assieme, tutti raccolti per la semina), come devo seguire le linee incerte del trattore per aiutare a seminare mais e fagioli assieme.

E’ il 29 dicembre, sono in Kenya a Chebole, nel distretto di Bomet, Rift Valley Province; sono qui perche’ cinque anni fa ho vissuto in questa zona come cooperante ; e ora sono tornata a salutare gli amici Keniani. Gente semplice ma solida, un pastore protestante e la sua famiglia; con un gruppo di amici e l’aiuto di alcune organizzazioni sosteniamo la casa famiglia che questa gente ha creato: la Casa di Laura, che oggi ospita – e cerca di sostenere - 96 orfani.

E oggi si deve seminare il campo ; perch’ il cibo non si compra, ma si produce. Del resto siamo a quattro ore da Nairobi, e questa e’ una tipica e pacifica area rurale, a stragrande predominanza di Kalengin, Kipsigies per la precisione, che nel complicato mosaico delle tribu’ in Kenya significa, al momento, opposizione ; sostegno di massa a Raila Odinga, il candidato alla presidenza che denuncia brogli e inganni nella nomina a vincitore di Kibaki.

Sono arrivata in Kenya il 27 dicembre, il giorno delle elezioni, e ho viaggiato per arrivare qui. Ovunque file ordinate di votanti, lunghe anche centinaia di metri, che si snodavano, a seconda delle zone, dentro slum, lungo la strada, fuori dai maniatta masai. Tutte uguali, tutte sotto il sole cocente : pacifiche, silenziose e riservate ; la gente ha sentito molto questo voto. Molti si sono spostati proprio per votare.

E oggi siamo in attesa della lettura dei risultati finali. Non per questo ci si ferma ; ieri ha piovuto, Enok, il figlio del pastore e’ riuscito a trovare della benzina per il trattore (gia’ pagata a prezzo maggiorato : nel giro di due giorni non se ne trovera’ piu’ nenche una goccia in tutta la Rift Valley province), e ci siamo spostati nel campo.

Ci sono i lavoranti ; Rodha e Rose, le figlie di Bet il pastore ; Enok guida il trattore ; tanti bimbi, ciascuno di noi con un grosso barattolo di semi, che andiamo a riempire dai sacchi al bordo del campo. Si semina. Mr. Bet in piedi in mezzo al campo sembra un antenna lui stesso ; tiene alta la radio, per riuscire a ricevere la stazione che sta leggendo l’interminabile e controversa lettura dei risultati elettorali. I commenti, ora preoccupati, ora ilari si intrecciano attraverso il campo ; si urla, da un solco all’altro, per farsi sentire ; i bimbi eccitati corrono a velocita’ impensabile, considerate le enormi zolle, e che alcuni sono scalzi, mentre altri indossano improbabili stivaloni da pioggia di taglia esagerata .

Vicoti, 15 anni con un passato di abbandono e violenza. Io imparo a seminare, lei che mi aiuta, l’italiano.
"How do you say : I’ll come to Italy soon ?"

Le traduco : <> ma non credo sarà così, penso.
Del resto ho dei dubbi anche sulle mie reali possibilita’ di poterlo dire. Avrei il volo da Nairobi il tre gennaio, ma le strade sono troppo pericolose. Dovrebbe accompagnarmi Bet con il pick-up, ma e’ kipsigi, e a Nairobi la prevalenza e’ di kikuio. Anche ammesso di riuscire a superare un centinaio di chilometri di strada invasa da violenza, blocchi e macerie, arrivati alla fine della Rift Valley Bet rischierebbe la vita, e certo la macchina si trasformerebbe in una carcassa bruciata come le molte che vedro’.
In ogni caso non abbiamo benzina.

Rachel, la moglie del pastore, supervisiona e partecipa alla semina. Le chiedo mentre i lavoranti aspramente inveiscono contro la lettura dei risultati delle sezioni elettorali della Rift Valley, "Rachel, perche’ nel mezzo di questo caos siamo sparsi nel campo sotto il sole ? E perche’ seminiamo mais e fagioli assieme ?"
"Perche’ sono una madre e devo pensare ai miei bimbi. Come te. E perche’ mais e fagioli crescono meglio assieme"

E le persone no ? Il Kenya ha sempre vissuto pacificamente la mescolanza delle proprie etnie. Per le donne africane il futuro e’ un incessante lavoro quotidiano. E la sapienza semplice. La combinazione di mais e fagioli assieme fissa l’azoto della terreno, impedendone l' impoverimento, e rendendo superfluo l' uso di pesticidi per controllare i parassiti. Per Rachel e’ semplicemente una cosa che faceva sua madre.

La situazione comincia a precipitare : lo capisco dalla rabbia della gente che si raccoglie sotto un acacia in mezzo al campo, dove Mr. Bet con radio e cellulare cerca di capire come la crudele illusione della democrazia sia manipolata in questo momento dai potenti di turno.

Siamo tutti preoccupati. Eric, l’altro figlio del pastore, chiama da Kericho – zona di sterminate piantagioni di verdissimo te -. Sono scoppiati i primi disordini: folla, violenza, la polizia spara, ci sono dei morti, negozi saccheggiati, autobus rovesciati e bruciati; lui e’ nascosto assieme ad altri che si sono barricati in un edificio.

La gente comincia ad annusare l'inganno. Qui la rabbia si sfoga contro i kikuio e i Kisii, le due tribu’ che sostengono il presidente. Si comincia la distruzione dei negozi, delle case. E da Nairobi, il silenzio delle fonti ufficiali, il black out informativo. La gente dice che Odinga ha avuto la stragrande maggioranza dei voti, ma Kibaki intende giurare come presidente senza che la validita’ e regolarita’ delle elezioni venga verificata.

Torniamo tutti a casa, oltre i campi ; due amici kenyani, compagni d’universita’ di Rose, ci raggiungono da Eldoret, la citta’ col piu’ alto numero di morti nei giorni successivi. Ci descrivono una situazione di caos, fuoco e violenza lungo tutta la strada : tutte le macchine e autobus vengono fermati : se per disavventura e incauta decisione tra gli occupanti si trovano Kisii o Kikuio, il mezzo viene bruciato, e la gente deve scappare.

La mattina dopo c’e’ uno strano silenzio ovunque. Sospesa ogni trasmissione radiofonica e televisiva fino a nuovo ordine. Le ricariche per i cellulari sono introvabili, e le persone non riescono neppure piu’ a chiamarsi da un capo all’altro del Kenya per capire cosa succede. In un ansia e panico crescente diventa chiaro che non e’ possibile comunicare, ne’ spostarsi.

Il Kenya e’ in bilico. E mentre tutti trattengono il fiato, senza preavviso, riprendono le trasmissioni : Kibaki giura come presidente del Kenya e torna il blak out.

Tutto precipita : vicino alla scuola dove ci troviamo, i due centri principali della zona vengono dati alle fiamme. A Bomet l’esercito ha scaricato un reparto di forze speciali, si sente sparare, ci sono morti. A Litein bruciano case e negozi. Non chiudiamo occhio tutta notte. Si vedono i fuochi intorno, si sentono le urla della folla di giovani spostati che al di la delle ragioni politiche sfoga cosi’ la rabbia di un paese in cui l’ economia e’ in caduta libera e dove anche prima delle elezioni il futuro, per la maggioranza della gente, e’ un sogno sfuocato. "Tomorrow is only a dream" recitava l'adesivo sopra la testa del guidatore dell’autobus che qualche giorno fa mi ha portato fin qui.

E di nuovo e’ buio, tutti assieme nella cucina col tetto di paglia. Sento urla poco lontane.
"Cosa succede?"chiedo .
"Sono i nostri vicini" - dall’altra parte del campo vedo le tonde capanne e le case di legno - "Stanno bruciando la casa di un Kisii, ha votato Kibaki. E quando hanno finito vanno a sgozzargli le capre"
"Ma perche’ lo fanno ? Vivete assieme !" Rose scuote la testa senza risposta.
"E loro dove sono ?"
"Se ne sono andati due giorni fa".

Anche io sono riuscita a scappare. Uso scappare, perche’ e’ una parola codarda, e codarda mi sono sentita. Ma pensavo sembre ai miei due bimbi a casa, e avevo paura di non riuscire a tornare da loro, di rimanere bloccata in zone lontane dalla capitale, dove non erano previsti piani di evacuazione da nessuna ambasciata (e del resto a nessuno avevo comunicato che mi trovavo li) .

Uso scappare perche’ ho deciso di farlo quando hanno cominciato a sparare davanti alla casa, oltre gli alti eucalipti, mentre un autobus di Kisii veniva fermato, bruciato, e tutti venivano fatti scendere. Uso scappare perche’ ho potuto farlo solo grazie a Bet, che ha usato per me l’ultima benzina rimasta, e con un pik up carico di sette soldati armati mi ha permesso di raggiungere Tenwek, un ospedale missionario americano a circa 15 km.

Abbiamo usato strade dell’interno, sconnesse, nascoste.
E passandomi davanti agli occhi, nella sua normalita’ dal futuro incerto e drammatico, tutto si e’ velato di dolore: le case, il verde rigoglioso, i bimbi lungo la strada, gli sguardi delle donne, ignari e curiosi, gli asini lenti. Due bimbe, di non piu’ di tre e due anni, al passaggio del pick up, sono scappate abbandonando al centro della strada una piccola tanica d’acqua che la grande portava sulla schiena, grazie ad una striscia di stoffa a fiori colorata.
Il pick up ha dovuto frenare di colpo, e tutti abbiamo riso. Io ho pregato che questa potesse essere per lei l’ unica paura nelle prossime settimane o mesi.

Il giorno dopo, negoziando la protezione di una una macchina di scorta dell'esercito, io e la famiglia di un radiologo americano, siamo riusciti a salire su un volo di emergenza della Missionary Aviation Fellowship (un particolare ramo di missionari protestanti che svolgono il loro ministero appoggiando con i propri aerei le missioni evangeliche dell-East Africa). Lungo la strada verso la pista polverosa e sconnessa, cisterne della benzina bruciate, pietre e tronchi di traverso sulla strada ; i resti di decine e decine di fuochi sull’asfalto e di edifici fumanti.

Sento di avere tradito i miei amici, lasciandoli; da Nairobi mando loro richariche per il cellulare, per dar loro la possibilita’ di fare almeno chiamate di emergenza. Non posso fare altro, e tenerli informati. Mi dicono che e’ finito zucchero, farina, uova ; Gordon Brown oggi ha parlato con entrambi i leader invidandoli ad una dichiarazione congiunta che fermi la violenza. Ieri ad eldoret e’ bruciata la chiesa. Sono morti sopratutto donne e bambini. Con gli stessi sorrisi dei bimbi che domenica cantavano allegri nella chiesa de legno del villaggio vicino a noi. Ho il cuore pesante e solo domande.

Ho telefonato a Bet poco fa.
Gli ho chiesto "Cosa fate ora?"
" Ora seminiamo, senza il trattore. Kasi Iendelee" mi dice, ridendo amaramente.
In Swahili "Il lavoro continua", e’ lo slogan dell’avversario, Kibaki.

Ringrazio Mr. Bet e la sua famiglia per quello che hanno fatto per me.
E spero che qualcuno possa fare qualcosa per loro e per il Kenya





sabato 9 marzo 2002

Kenya 12 - Sviluppo


Il nostro impiegato Keter, ci aveva chiesto un paio di mesi fa un prestito, come anticipo sullo stipendio, perche’ in vista del suo matrimonio voleva iniziare un “business”: compravendita di piretro. Il piretro cresce molto bene sulle colline alte e piovose di Bomet, e piantarlo e’ considerato un buon investimento. I fiori si possono raccogliere ogni due settimane, e un chilo viene pagato 100/120 KSH, l’equivalente di 1,5 - 1 Euro.
Il fatto che sia considerato un buon investimento da la misura dell’economia delle zone rurali, dove una famiglia possiede in media un paio di acri di terra (considerate che I fiori di piretro sono simili ai fiori di camomilla).
Il commercio del piretro e’ nazionalizzato, e il prezzo e’ fissato dal Pyrethrum Board, una specie di banco del piretro. L’idea di Keter, come anche quella di un paio di gruppi di donne a cui abbiamo dato un prestito, era quella di comprare piretro dagli agricoltori e venderlo al Pyrethrum Board, come fanno molti.
Oggi chiacchierando abbiamo chiesto a Keter:
“Allora il tuo business col piretro?”
“ Ah, non l’ho mai iniziato”
“ E …come mai?” (visto che il prestito l’ha avuto! Non sara’ il solito fatalismo africano?)
“ Perche’ il prezzo del piretro e’ sceso a 4 Ksh al kilo”
“ Come 4…non era sui 100 Ksh????”
“ Si, quattro, l’ha deciso il governo”
Entro dicembre ci saranno le elezioni, e il governo ha bisogno dei soldi per la campagna elettorale, deve in qualche modo trovare I soldi, e li tira fuori dal piretro: questo e’ quello che pensa la gente.
Moi deprezza uno dei prodotti piu’importanti per I piccoi agricoltori delle zone rurali (l’80% della popolazione), anzi, piu’ che deprezzare, azzera il valore del piretro in Kenya. La stessa cosa e’ stata fatta negli ultimi anni col latte (fallita la KCC, azienda nazionalizzata per la raccolta del latte), col mais (fallito il NCPB), con lo zucchero, con Il cotone. Il Kenya produce da solo l’80% del piretro a livello mondiale, e la gente adesso sta sradicando ettari di piretro, come aveva fatto con la canna da zucchero, quando per anni l’industria nazionalizzata non ha pagato I contadini che portavano il proprio prodotto. L’allevamento di mucche da latte, anche a Bomet che sarebbe una zona ad altissimo potenziale, oramai e’ completamente ignorato. Il fluttuare del prezzo del mais, in assenza di un controllo statale, va da prezzi bassissimi nella stagione della raccolta, quando I contadini hanno esigenza di vendere, a prezzi proibitivi quando I contadini hanno venduto tutto e non hanno di che sfamare le proprie famiglie.
Il Kenya adesso importa zucchero (il Kenya!! Che era uno dei maggiori produttori), latte, cotone e anche energia elettrica, pur avendo un sistema di centrali idroelettriche che era fra I piu’ avanzati del Centr’Africa.
A me di criticare altri governi o popoli proprio non riesce adesso che abbiamo Berlusca: pero’ la caduta libera dell’Africa e’ spaventosa.

Il NCPB, il banco del grano, e’ fallito anni fa, per ruberie e corruzione, dopo anni che comprava mais dagli agricoltori senza pagarli. Quest’anno Moi ha deciso che bisogna riaprire I depositi: anche quello enorme di Bomet funziona. Grossi camion provenienti da varie parti del distretto hanno cominciato a portare I raccolti locali.
E’ stato dato l’ordine di riaprire I depositi, ma non ci sono soldi per pagare I contadini, che hanno ricominciato a vendere gratis il proprio mais al governo (il quale lo rivendera’ fra qualche mese agli stessi contadini a 1000 Ksh il sacco). Verrebbe spontaneo chiedersi: ma perche’ ci credono ancora? Perche’ portano il mais al governo?
Perche’ qui si parla di popolazioni analfabete sotto la soglia della poverta’, che fanno quello che I propri uomini politici dicono loro, che non hanno alternative possibili, che portano il mais gratis al governo, che sradicano il piretro e la canna da zucchero, che si mangiano le mucche da latte.

A volte io e Aldo ci arrabbiamo di fronte all’immobilismo africano, perche’ non e’ possibile l’aspirazione collettiva si limiti all’avere ugali e sukuma (polenta e coste lesse) pranzo e cena 365 giorni l’anno.
In altri momenti invece capisci che l’Africano e’ saggio. Ha centinaia di fallimenti sulle spalle, suoi, dei suoi famigliari, dei suoi amici, degli abitanti del villaggio, di tutti quelli che ci hano provato: sa che e’ piu’ saggio porsi mete minori, ugali e sucuma appunto.
Chi te lo fa fare di provarci, e provarci, quando sempre, e sempre e sempre il risultato e’ un fallimento?

Un piccolo esempio: Si mettono assieme 20 donne, frequentano I nostri corsi, capiscono cosa significa guadagno, costo, valutare un business piuttosto che un altro; si impegnano poi in un prestito di 50.000 KSH (735 Euro) da restituire in 6 mesi, convinte che finalmente ce la faranno, perche’ si metteranno nella compra-vendita piretro, e col piretro puoi avere un profitto di 20 Ksh ogni 100; cosi’ riesci tranquillamente a ripagare il prestito, e poi il gruppo ha il capitale, e finalmente col guadagno puo’ pensare a costruire tank per l’acqua, comprare una vitella per ogni membro, aiutare le donne a mettere in piedi chioschi o negozietti…e Il governo, senza un giorno di preavviso passa il prezzo da 120 a 4 Ksh al kilo. Piu’ saggio mirare a ugali e sukuma.

Lo stesso ci e’ successo con un gruppo di donne che si era messo nella compravendita mais: le donne hanno comprato il mais e lo hanno portato al NCPB. IL NCPB promette da mesi di pagarle, ma dei soldi neanche l’ombra.
L’Africa e’ depredata sistematicamente di tutto quello che possiede: da noi, e dai suoi governanti venduti, formati nelle scuole cattoliche del paese (che crescono la classe dirigente piu’ corrotta del mondo), comprati dal migliore offerente in ogni campo.

Cosa regge in Kenya, economicamente parlando? Te e floricultura. Due beni esclusivamente destinati all’esportazione, totalmente in mano a multinazionali straniere.
I braccianti delle serre di Naivasha sono migliaia di persone, l’economia di una regione si regge sulla floricoltura da esportazione. E i braccianti sono una delle classi sociali piu’ povere e a rischio malattie del paese.
10-12 ore di lavoro massacrante in gigantesche serre che per chilomerti ricoprono le rive del lago naivasha sono pagate 60 Ksh al giorno (0,8 Euro). Tra queste famiglie si stanno diffondendo tutte le malattie da malnutrizione, aumentoano le allergie, le malattie polmonari, e I fenomeni di cecita’, a causa dei forti pesticidi utilizzati nelle serre.
Lo stesso accade ai braccianti del te. Abbiamo molti orfani alla Casa di Laura figli di barccianti di te delle vicine e sterminate piantagioni di Kericho.
Ma quali alternative ci sono quaggiu’?

Anche la cooperazione e’ un bel giochino per noi ricchi. Un arma per mantenere I governi in stato di dipendenza; un modo per comprarsi regimi compiacenti che poi come contropartita svendono le ricchezze dello stato, oppure una vera e propria presa in giro.
Per esempio: all’ultimo G8 e’ stata deliberata l’istituzione del Global Fund for AIDS Malaria and Tubercolosis – tre flagelli molto gravi nel majority world.
Si tratta di 1.4 bilioni di dollari che gli stati “ricchi” hanno deciso di stanziare (l’italia concorre con 200 milioni di dollari) per “combattere seriamente queste pandemie apocalittiche”, ed e’ stato presentato dai mass media internazionali come un illuminata presa in carico del problema da parte della societa’ occidentale, che finalmente si mette d’accordo per correre in aiuto dei paesi piu’ poveri.
Mi sto occupando per lavoro di capire come funziona questo GFAMT.
A parte il fatto che la somma stanziata e’ ridicola (gli Usa per esempio stanziano la meta’ dell’Italia , e briciole rispetto alle cifre investite per finanziare e sostenere il regime demoniaco dei taliban fino all’altro ieri), la cosa piu’ grave e’ che il meccanismo di distribuzione prevede di passare per I governi dei vari paesi che presentino una richiesta.

Ora, come tutti sanno, se gli aiuti internazionali passano per I governi, alla gente dei soldi stanziati non arrivera’ neanche una lira. Qui in Kenya e’ gia’ chiaro a tutti, addetti ai lavori e gente comune. Nei 20 mesi che ho passato qui ho toccato con mano questo meccanismo diverse volte.

Esempio 1: il mega programma della banca mondiale per risanare gli slum di Nairobi (1 milione di persone gli abitanti): il governo ha incassato, ma dalle sue casse non e’ uscita una lira. Non solo, ma il governo Kenyano ha rifiutato due successivi progetti, dei Francesi e dei Giapponesi che prevedevano la stessa cosa (risanamento degli slum): sono un serbatoio troppo prezioso di miseria manipolabile.

Esempio 2: un altro programma della banca mondiale il “Training Voucher Program”, mirato a fornire a prezzo simbolico (circa 15 euro) formazione professionale specifica a chiunque lo richiedesse. Il prezzo proposto rappresentava un decimo del costo reale. Il governo del Kenya si e’ incaricato di raccogliere questo decimo, attraverso un meccanismo di agenzie locali che pubblicizzavano il programma, raccoglievano il contributo dell’aspirante artigiano ed avrebbero dovuto organizzare I corsi usufruendo degli ulteriori 9/10 forniti dalla BM.
Un agenzia del genere c’era anche a Bomet, e conoscevamo bene I losco figuro che ci lavorava. Neanche a dirlo che il governo non solo ha incassato I 9/10 dalla Banca Mondiale, ma si e’ fatto anche consegnare il decimo rimanente dalla povera gente che al programma aveva creduto. Cosi’ ci ha anche guadagnato. Il losco figuro, dopo mesi di raccolta contributi e’ semplicemente sparito.

Esempio 3: la Poverty Eradication Commission! Anche questa toccata con mano.
L’United Nations Development Program (UNDP) ha stanziato fondi cospicui (milioni di dollari) perche’ I governi, attraverso un meccanismo di commissioni decentrate nei vari distretti, valutassero quei progetti comunitari meritevoli, e li proponessero per il finanziamento. Cos'’e’successo? Queste commissioni, formate di furbacchioni a livello sia locale che centrale, invece di andare veramente da quei gruppi un minimo organizzati, si sono sguinzagliati nelle campagne, contattando I gruppi di donne piu’ semplici, quelli che puoi promettergli quello che vuoi, raccogliere la documentazione necessaria e poi sparire. La commissione e’ venuta anche a Bomet: 7 gruppi di donne che seguiamo hanno ricevuto la visita della commissione e sono stati approvati I finanziamenti richiesti. Molti erano stati assistiti da noi nella formulazione della proposta.
E’ da novembre che corriamo dietro al responsabile dell’esborso dei soldi: l’assegno e’ arrivato a Bomet, ma le donne non lo vedranno mai. Il tipo oramai non ci saluta neanche piu’; ci ha eccepito un sacco di intoppi formali (insensati); non riusciamo ad avere risposte noi che abbiamo una credibilita’ e I mezzi intellettuali e professionali per capire quando qualcuno ci sta prendendo in giro, figurarsi le povere donne di villaggio per le quali venire a Bomet e’ come andare a Los angeles.

Insomma; e’ ovvio che tutti lo sanno. Ma I grandi organismi internazionali continuano a canalizzare gli aiuti tramite I governi.
E adesso il Global Fund on AIDS: il Kenya sta pre presentasre una richiesta (corredata di fantastica proposata di progetto) per 35 milioni di dollari. Li avra’ o no?
In Kenya muoiono ogni giorno 700 persone di AIDS; le cure sulla base dei retrovirus non sono accessibili alla popolazione. Un preservativo costa 10 Ksh; a Bomet una prostituta costa massimo 50 Ksh. La paga giornaliera di un lavoratore non supera I 150 Ksh. Sul lago vittoria la percentuale di sieropositivi nella popolazione arriva oltre il 50%. Sul lago vittoria le donne si prostituiscono per due pesci; neanche I cilienti hanno I soldi per pagare, danno quello che pescano. E’ prostituzione per fame, figurarsi chi pensa a comprare un preservativo.

Li avra’ questi 35 milioni di dollari o no?
In Kenya siamo in campagna elettorale: ci saranno le elezioni entro fine anno. Non sto a spiegare tutta la situazione politica che e'’molto complessa. Ma tutti sanno che far arrivare questi 35 milioni di dollari quest’anno significa consegnarli direttamente a Moi per la campagna elettorale, e diciamo, come buon uscita per un dittatore che deve garantire a se e ai suoi immunita’ e rendite per il futuro.

Ma li avra’ o no?
Gli USA (che vedono il demonio di qua e di la a seconda di dove tira il puzzo di doldi) stanno finanziando l’opposizione qui in Kenya. Vogliono sbarazzarsi di Moi. Come pesera’ questa decisione sugli esborsi del Global Fund? Gia’ hanno bloccato quelli del Fondo Mondiale, da qualche anno, a scopo dimostrativo.
Adesso come agiranno? Vogliono mettere in pensione un vecchietto che se ne stia poi buono e tranquillo, o gia’ lo considerano irrilevante e quindi faranno arrivare questi aiuti l’anno prossimo, quando saranno incassati dal “nuovo che viene”?

(Piccola parentesi: il nuovo che viene e’ rappresentato qui da Niachae, il braccio destro di Moi per 20 anni, e Kones, il braccio sinistro per gli stessi 20 anni. Adesso stanno tentando di ammazzarsi a vicenda da un paio d’anni.
Kones tra parentesi era il nostro padrone di casa fino all’anno scorso, e’ di Bomet e fino a che non ci siamo sistemati la casa dove stiamo ora, eravamo suoi inquilini: era l’unico a Bomet oltre al prete ad avere il cesso con lo sciacquone, e a noi ci serviva!!!)

Insomma tutta una gran giostra.
Non era piu’ efficace stipulare un accordo globale per liberare I farmaci cura dell AIDS dai copiright e renderli fabbricabili a basso costo da tutti? Invece che lasciare il Sud Africa da solo a combattere questa battaglia?