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domenica 6 gennaio 2008

KENYA -8066S New Holland. - KAM 201 T



Modello e marca del trattore sono le uniche cose certe di questa giornata. E anche le dimensioni del campo da seminare: 5 acri. Tutto il resto e’ incerto: il destino del paese, quanti morti ci saranno oggi, quanti siamo nel campo (bimbi e adulti assieme, tutti raccolti per la semina), come devo seguire le linee incerte del trattore per aiutare a seminare mais e fagioli assieme.

E’ il 29 dicembre, sono in Kenya a Chebole, nel distretto di Bomet, Rift Valley Province; sono qui perche’ cinque anni fa ho vissuto in questa zona come cooperante ; e ora sono tornata a salutare gli amici Keniani. Gente semplice ma solida, un pastore protestante e la sua famiglia; con un gruppo di amici e l’aiuto di alcune organizzazioni sosteniamo la casa famiglia che questa gente ha creato: la Casa di Laura, che oggi ospita – e cerca di sostenere - 96 orfani.

E oggi si deve seminare il campo ; perch’ il cibo non si compra, ma si produce. Del resto siamo a quattro ore da Nairobi, e questa e’ una tipica e pacifica area rurale, a stragrande predominanza di Kalengin, Kipsigies per la precisione, che nel complicato mosaico delle tribu’ in Kenya significa, al momento, opposizione ; sostegno di massa a Raila Odinga, il candidato alla presidenza che denuncia brogli e inganni nella nomina a vincitore di Kibaki.

Sono arrivata in Kenya il 27 dicembre, il giorno delle elezioni, e ho viaggiato per arrivare qui. Ovunque file ordinate di votanti, lunghe anche centinaia di metri, che si snodavano, a seconda delle zone, dentro slum, lungo la strada, fuori dai maniatta masai. Tutte uguali, tutte sotto il sole cocente : pacifiche, silenziose e riservate ; la gente ha sentito molto questo voto. Molti si sono spostati proprio per votare.

E oggi siamo in attesa della lettura dei risultati finali. Non per questo ci si ferma ; ieri ha piovuto, Enok, il figlio del pastore e’ riuscito a trovare della benzina per il trattore (gia’ pagata a prezzo maggiorato : nel giro di due giorni non se ne trovera’ piu’ nenche una goccia in tutta la Rift Valley province), e ci siamo spostati nel campo.

Ci sono i lavoranti ; Rodha e Rose, le figlie di Bet il pastore ; Enok guida il trattore ; tanti bimbi, ciascuno di noi con un grosso barattolo di semi, che andiamo a riempire dai sacchi al bordo del campo. Si semina. Mr. Bet in piedi in mezzo al campo sembra un antenna lui stesso ; tiene alta la radio, per riuscire a ricevere la stazione che sta leggendo l’interminabile e controversa lettura dei risultati elettorali. I commenti, ora preoccupati, ora ilari si intrecciano attraverso il campo ; si urla, da un solco all’altro, per farsi sentire ; i bimbi eccitati corrono a velocita’ impensabile, considerate le enormi zolle, e che alcuni sono scalzi, mentre altri indossano improbabili stivaloni da pioggia di taglia esagerata .

Vicoti, 15 anni con un passato di abbandono e violenza. Io imparo a seminare, lei che mi aiuta, l’italiano.
"How do you say : I’ll come to Italy soon ?"

Le traduco : <> ma non credo sarà così, penso.
Del resto ho dei dubbi anche sulle mie reali possibilita’ di poterlo dire. Avrei il volo da Nairobi il tre gennaio, ma le strade sono troppo pericolose. Dovrebbe accompagnarmi Bet con il pick-up, ma e’ kipsigi, e a Nairobi la prevalenza e’ di kikuio. Anche ammesso di riuscire a superare un centinaio di chilometri di strada invasa da violenza, blocchi e macerie, arrivati alla fine della Rift Valley Bet rischierebbe la vita, e certo la macchina si trasformerebbe in una carcassa bruciata come le molte che vedro’.
In ogni caso non abbiamo benzina.

Rachel, la moglie del pastore, supervisiona e partecipa alla semina. Le chiedo mentre i lavoranti aspramente inveiscono contro la lettura dei risultati delle sezioni elettorali della Rift Valley, "Rachel, perche’ nel mezzo di questo caos siamo sparsi nel campo sotto il sole ? E perche’ seminiamo mais e fagioli assieme ?"
"Perche’ sono una madre e devo pensare ai miei bimbi. Come te. E perche’ mais e fagioli crescono meglio assieme"

E le persone no ? Il Kenya ha sempre vissuto pacificamente la mescolanza delle proprie etnie. Per le donne africane il futuro e’ un incessante lavoro quotidiano. E la sapienza semplice. La combinazione di mais e fagioli assieme fissa l’azoto della terreno, impedendone l' impoverimento, e rendendo superfluo l' uso di pesticidi per controllare i parassiti. Per Rachel e’ semplicemente una cosa che faceva sua madre.

La situazione comincia a precipitare : lo capisco dalla rabbia della gente che si raccoglie sotto un acacia in mezzo al campo, dove Mr. Bet con radio e cellulare cerca di capire come la crudele illusione della democrazia sia manipolata in questo momento dai potenti di turno.

Siamo tutti preoccupati. Eric, l’altro figlio del pastore, chiama da Kericho – zona di sterminate piantagioni di verdissimo te -. Sono scoppiati i primi disordini: folla, violenza, la polizia spara, ci sono dei morti, negozi saccheggiati, autobus rovesciati e bruciati; lui e’ nascosto assieme ad altri che si sono barricati in un edificio.

La gente comincia ad annusare l'inganno. Qui la rabbia si sfoga contro i kikuio e i Kisii, le due tribu’ che sostengono il presidente. Si comincia la distruzione dei negozi, delle case. E da Nairobi, il silenzio delle fonti ufficiali, il black out informativo. La gente dice che Odinga ha avuto la stragrande maggioranza dei voti, ma Kibaki intende giurare come presidente senza che la validita’ e regolarita’ delle elezioni venga verificata.

Torniamo tutti a casa, oltre i campi ; due amici kenyani, compagni d’universita’ di Rose, ci raggiungono da Eldoret, la citta’ col piu’ alto numero di morti nei giorni successivi. Ci descrivono una situazione di caos, fuoco e violenza lungo tutta la strada : tutte le macchine e autobus vengono fermati : se per disavventura e incauta decisione tra gli occupanti si trovano Kisii o Kikuio, il mezzo viene bruciato, e la gente deve scappare.

La mattina dopo c’e’ uno strano silenzio ovunque. Sospesa ogni trasmissione radiofonica e televisiva fino a nuovo ordine. Le ricariche per i cellulari sono introvabili, e le persone non riescono neppure piu’ a chiamarsi da un capo all’altro del Kenya per capire cosa succede. In un ansia e panico crescente diventa chiaro che non e’ possibile comunicare, ne’ spostarsi.

Il Kenya e’ in bilico. E mentre tutti trattengono il fiato, senza preavviso, riprendono le trasmissioni : Kibaki giura come presidente del Kenya e torna il blak out.

Tutto precipita : vicino alla scuola dove ci troviamo, i due centri principali della zona vengono dati alle fiamme. A Bomet l’esercito ha scaricato un reparto di forze speciali, si sente sparare, ci sono morti. A Litein bruciano case e negozi. Non chiudiamo occhio tutta notte. Si vedono i fuochi intorno, si sentono le urla della folla di giovani spostati che al di la delle ragioni politiche sfoga cosi’ la rabbia di un paese in cui l’ economia e’ in caduta libera e dove anche prima delle elezioni il futuro, per la maggioranza della gente, e’ un sogno sfuocato. "Tomorrow is only a dream" recitava l'adesivo sopra la testa del guidatore dell’autobus che qualche giorno fa mi ha portato fin qui.

E di nuovo e’ buio, tutti assieme nella cucina col tetto di paglia. Sento urla poco lontane.
"Cosa succede?"chiedo .
"Sono i nostri vicini" - dall’altra parte del campo vedo le tonde capanne e le case di legno - "Stanno bruciando la casa di un Kisii, ha votato Kibaki. E quando hanno finito vanno a sgozzargli le capre"
"Ma perche’ lo fanno ? Vivete assieme !" Rose scuote la testa senza risposta.
"E loro dove sono ?"
"Se ne sono andati due giorni fa".

Anche io sono riuscita a scappare. Uso scappare, perche’ e’ una parola codarda, e codarda mi sono sentita. Ma pensavo sembre ai miei due bimbi a casa, e avevo paura di non riuscire a tornare da loro, di rimanere bloccata in zone lontane dalla capitale, dove non erano previsti piani di evacuazione da nessuna ambasciata (e del resto a nessuno avevo comunicato che mi trovavo li) .

Uso scappare perche’ ho deciso di farlo quando hanno cominciato a sparare davanti alla casa, oltre gli alti eucalipti, mentre un autobus di Kisii veniva fermato, bruciato, e tutti venivano fatti scendere. Uso scappare perche’ ho potuto farlo solo grazie a Bet, che ha usato per me l’ultima benzina rimasta, e con un pik up carico di sette soldati armati mi ha permesso di raggiungere Tenwek, un ospedale missionario americano a circa 15 km.

Abbiamo usato strade dell’interno, sconnesse, nascoste.
E passandomi davanti agli occhi, nella sua normalita’ dal futuro incerto e drammatico, tutto si e’ velato di dolore: le case, il verde rigoglioso, i bimbi lungo la strada, gli sguardi delle donne, ignari e curiosi, gli asini lenti. Due bimbe, di non piu’ di tre e due anni, al passaggio del pick up, sono scappate abbandonando al centro della strada una piccola tanica d’acqua che la grande portava sulla schiena, grazie ad una striscia di stoffa a fiori colorata.
Il pick up ha dovuto frenare di colpo, e tutti abbiamo riso. Io ho pregato che questa potesse essere per lei l’ unica paura nelle prossime settimane o mesi.

Il giorno dopo, negoziando la protezione di una una macchina di scorta dell'esercito, io e la famiglia di un radiologo americano, siamo riusciti a salire su un volo di emergenza della Missionary Aviation Fellowship (un particolare ramo di missionari protestanti che svolgono il loro ministero appoggiando con i propri aerei le missioni evangeliche dell-East Africa). Lungo la strada verso la pista polverosa e sconnessa, cisterne della benzina bruciate, pietre e tronchi di traverso sulla strada ; i resti di decine e decine di fuochi sull’asfalto e di edifici fumanti.

Sento di avere tradito i miei amici, lasciandoli; da Nairobi mando loro richariche per il cellulare, per dar loro la possibilita’ di fare almeno chiamate di emergenza. Non posso fare altro, e tenerli informati. Mi dicono che e’ finito zucchero, farina, uova ; Gordon Brown oggi ha parlato con entrambi i leader invidandoli ad una dichiarazione congiunta che fermi la violenza. Ieri ad eldoret e’ bruciata la chiesa. Sono morti sopratutto donne e bambini. Con gli stessi sorrisi dei bimbi che domenica cantavano allegri nella chiesa de legno del villaggio vicino a noi. Ho il cuore pesante e solo domande.

Ho telefonato a Bet poco fa.
Gli ho chiesto "Cosa fate ora?"
" Ora seminiamo, senza il trattore. Kasi Iendelee" mi dice, ridendo amaramente.
In Swahili "Il lavoro continua", e’ lo slogan dell’avversario, Kibaki.

Ringrazio Mr. Bet e la sua famiglia per quello che hanno fatto per me.
E spero che qualcuno possa fare qualcosa per loro e per il Kenya





sabato 9 marzo 2002

Kenya 12 - Sviluppo


Il nostro impiegato Keter, ci aveva chiesto un paio di mesi fa un prestito, come anticipo sullo stipendio, perche’ in vista del suo matrimonio voleva iniziare un “business”: compravendita di piretro. Il piretro cresce molto bene sulle colline alte e piovose di Bomet, e piantarlo e’ considerato un buon investimento. I fiori si possono raccogliere ogni due settimane, e un chilo viene pagato 100/120 KSH, l’equivalente di 1,5 - 1 Euro.
Il fatto che sia considerato un buon investimento da la misura dell’economia delle zone rurali, dove una famiglia possiede in media un paio di acri di terra (considerate che I fiori di piretro sono simili ai fiori di camomilla).
Il commercio del piretro e’ nazionalizzato, e il prezzo e’ fissato dal Pyrethrum Board, una specie di banco del piretro. L’idea di Keter, come anche quella di un paio di gruppi di donne a cui abbiamo dato un prestito, era quella di comprare piretro dagli agricoltori e venderlo al Pyrethrum Board, come fanno molti.
Oggi chiacchierando abbiamo chiesto a Keter:
“Allora il tuo business col piretro?”
“ Ah, non l’ho mai iniziato”
“ E …come mai?” (visto che il prestito l’ha avuto! Non sara’ il solito fatalismo africano?)
“ Perche’ il prezzo del piretro e’ sceso a 4 Ksh al kilo”
“ Come 4…non era sui 100 Ksh????”
“ Si, quattro, l’ha deciso il governo”
Entro dicembre ci saranno le elezioni, e il governo ha bisogno dei soldi per la campagna elettorale, deve in qualche modo trovare I soldi, e li tira fuori dal piretro: questo e’ quello che pensa la gente.
Moi deprezza uno dei prodotti piu’importanti per I piccoi agricoltori delle zone rurali (l’80% della popolazione), anzi, piu’ che deprezzare, azzera il valore del piretro in Kenya. La stessa cosa e’ stata fatta negli ultimi anni col latte (fallita la KCC, azienda nazionalizzata per la raccolta del latte), col mais (fallito il NCPB), con lo zucchero, con Il cotone. Il Kenya produce da solo l’80% del piretro a livello mondiale, e la gente adesso sta sradicando ettari di piretro, come aveva fatto con la canna da zucchero, quando per anni l’industria nazionalizzata non ha pagato I contadini che portavano il proprio prodotto. L’allevamento di mucche da latte, anche a Bomet che sarebbe una zona ad altissimo potenziale, oramai e’ completamente ignorato. Il fluttuare del prezzo del mais, in assenza di un controllo statale, va da prezzi bassissimi nella stagione della raccolta, quando I contadini hanno esigenza di vendere, a prezzi proibitivi quando I contadini hanno venduto tutto e non hanno di che sfamare le proprie famiglie.
Il Kenya adesso importa zucchero (il Kenya!! Che era uno dei maggiori produttori), latte, cotone e anche energia elettrica, pur avendo un sistema di centrali idroelettriche che era fra I piu’ avanzati del Centr’Africa.
A me di criticare altri governi o popoli proprio non riesce adesso che abbiamo Berlusca: pero’ la caduta libera dell’Africa e’ spaventosa.

Il NCPB, il banco del grano, e’ fallito anni fa, per ruberie e corruzione, dopo anni che comprava mais dagli agricoltori senza pagarli. Quest’anno Moi ha deciso che bisogna riaprire I depositi: anche quello enorme di Bomet funziona. Grossi camion provenienti da varie parti del distretto hanno cominciato a portare I raccolti locali.
E’ stato dato l’ordine di riaprire I depositi, ma non ci sono soldi per pagare I contadini, che hanno ricominciato a vendere gratis il proprio mais al governo (il quale lo rivendera’ fra qualche mese agli stessi contadini a 1000 Ksh il sacco). Verrebbe spontaneo chiedersi: ma perche’ ci credono ancora? Perche’ portano il mais al governo?
Perche’ qui si parla di popolazioni analfabete sotto la soglia della poverta’, che fanno quello che I propri uomini politici dicono loro, che non hanno alternative possibili, che portano il mais gratis al governo, che sradicano il piretro e la canna da zucchero, che si mangiano le mucche da latte.

A volte io e Aldo ci arrabbiamo di fronte all’immobilismo africano, perche’ non e’ possibile l’aspirazione collettiva si limiti all’avere ugali e sukuma (polenta e coste lesse) pranzo e cena 365 giorni l’anno.
In altri momenti invece capisci che l’Africano e’ saggio. Ha centinaia di fallimenti sulle spalle, suoi, dei suoi famigliari, dei suoi amici, degli abitanti del villaggio, di tutti quelli che ci hano provato: sa che e’ piu’ saggio porsi mete minori, ugali e sucuma appunto.
Chi te lo fa fare di provarci, e provarci, quando sempre, e sempre e sempre il risultato e’ un fallimento?

Un piccolo esempio: Si mettono assieme 20 donne, frequentano I nostri corsi, capiscono cosa significa guadagno, costo, valutare un business piuttosto che un altro; si impegnano poi in un prestito di 50.000 KSH (735 Euro) da restituire in 6 mesi, convinte che finalmente ce la faranno, perche’ si metteranno nella compra-vendita piretro, e col piretro puoi avere un profitto di 20 Ksh ogni 100; cosi’ riesci tranquillamente a ripagare il prestito, e poi il gruppo ha il capitale, e finalmente col guadagno puo’ pensare a costruire tank per l’acqua, comprare una vitella per ogni membro, aiutare le donne a mettere in piedi chioschi o negozietti…e Il governo, senza un giorno di preavviso passa il prezzo da 120 a 4 Ksh al kilo. Piu’ saggio mirare a ugali e sukuma.

Lo stesso ci e’ successo con un gruppo di donne che si era messo nella compravendita mais: le donne hanno comprato il mais e lo hanno portato al NCPB. IL NCPB promette da mesi di pagarle, ma dei soldi neanche l’ombra.
L’Africa e’ depredata sistematicamente di tutto quello che possiede: da noi, e dai suoi governanti venduti, formati nelle scuole cattoliche del paese (che crescono la classe dirigente piu’ corrotta del mondo), comprati dal migliore offerente in ogni campo.

Cosa regge in Kenya, economicamente parlando? Te e floricultura. Due beni esclusivamente destinati all’esportazione, totalmente in mano a multinazionali straniere.
I braccianti delle serre di Naivasha sono migliaia di persone, l’economia di una regione si regge sulla floricoltura da esportazione. E i braccianti sono una delle classi sociali piu’ povere e a rischio malattie del paese.
10-12 ore di lavoro massacrante in gigantesche serre che per chilomerti ricoprono le rive del lago naivasha sono pagate 60 Ksh al giorno (0,8 Euro). Tra queste famiglie si stanno diffondendo tutte le malattie da malnutrizione, aumentoano le allergie, le malattie polmonari, e I fenomeni di cecita’, a causa dei forti pesticidi utilizzati nelle serre.
Lo stesso accade ai braccianti del te. Abbiamo molti orfani alla Casa di Laura figli di barccianti di te delle vicine e sterminate piantagioni di Kericho.
Ma quali alternative ci sono quaggiu’?

Anche la cooperazione e’ un bel giochino per noi ricchi. Un arma per mantenere I governi in stato di dipendenza; un modo per comprarsi regimi compiacenti che poi come contropartita svendono le ricchezze dello stato, oppure una vera e propria presa in giro.
Per esempio: all’ultimo G8 e’ stata deliberata l’istituzione del Global Fund for AIDS Malaria and Tubercolosis – tre flagelli molto gravi nel majority world.
Si tratta di 1.4 bilioni di dollari che gli stati “ricchi” hanno deciso di stanziare (l’italia concorre con 200 milioni di dollari) per “combattere seriamente queste pandemie apocalittiche”, ed e’ stato presentato dai mass media internazionali come un illuminata presa in carico del problema da parte della societa’ occidentale, che finalmente si mette d’accordo per correre in aiuto dei paesi piu’ poveri.
Mi sto occupando per lavoro di capire come funziona questo GFAMT.
A parte il fatto che la somma stanziata e’ ridicola (gli Usa per esempio stanziano la meta’ dell’Italia , e briciole rispetto alle cifre investite per finanziare e sostenere il regime demoniaco dei taliban fino all’altro ieri), la cosa piu’ grave e’ che il meccanismo di distribuzione prevede di passare per I governi dei vari paesi che presentino una richiesta.

Ora, come tutti sanno, se gli aiuti internazionali passano per I governi, alla gente dei soldi stanziati non arrivera’ neanche una lira. Qui in Kenya e’ gia’ chiaro a tutti, addetti ai lavori e gente comune. Nei 20 mesi che ho passato qui ho toccato con mano questo meccanismo diverse volte.

Esempio 1: il mega programma della banca mondiale per risanare gli slum di Nairobi (1 milione di persone gli abitanti): il governo ha incassato, ma dalle sue casse non e’ uscita una lira. Non solo, ma il governo Kenyano ha rifiutato due successivi progetti, dei Francesi e dei Giapponesi che prevedevano la stessa cosa (risanamento degli slum): sono un serbatoio troppo prezioso di miseria manipolabile.

Esempio 2: un altro programma della banca mondiale il “Training Voucher Program”, mirato a fornire a prezzo simbolico (circa 15 euro) formazione professionale specifica a chiunque lo richiedesse. Il prezzo proposto rappresentava un decimo del costo reale. Il governo del Kenya si e’ incaricato di raccogliere questo decimo, attraverso un meccanismo di agenzie locali che pubblicizzavano il programma, raccoglievano il contributo dell’aspirante artigiano ed avrebbero dovuto organizzare I corsi usufruendo degli ulteriori 9/10 forniti dalla BM.
Un agenzia del genere c’era anche a Bomet, e conoscevamo bene I losco figuro che ci lavorava. Neanche a dirlo che il governo non solo ha incassato I 9/10 dalla Banca Mondiale, ma si e’ fatto anche consegnare il decimo rimanente dalla povera gente che al programma aveva creduto. Cosi’ ci ha anche guadagnato. Il losco figuro, dopo mesi di raccolta contributi e’ semplicemente sparito.

Esempio 3: la Poverty Eradication Commission! Anche questa toccata con mano.
L’United Nations Development Program (UNDP) ha stanziato fondi cospicui (milioni di dollari) perche’ I governi, attraverso un meccanismo di commissioni decentrate nei vari distretti, valutassero quei progetti comunitari meritevoli, e li proponessero per il finanziamento. Cos'’e’successo? Queste commissioni, formate di furbacchioni a livello sia locale che centrale, invece di andare veramente da quei gruppi un minimo organizzati, si sono sguinzagliati nelle campagne, contattando I gruppi di donne piu’ semplici, quelli che puoi promettergli quello che vuoi, raccogliere la documentazione necessaria e poi sparire. La commissione e’ venuta anche a Bomet: 7 gruppi di donne che seguiamo hanno ricevuto la visita della commissione e sono stati approvati I finanziamenti richiesti. Molti erano stati assistiti da noi nella formulazione della proposta.
E’ da novembre che corriamo dietro al responsabile dell’esborso dei soldi: l’assegno e’ arrivato a Bomet, ma le donne non lo vedranno mai. Il tipo oramai non ci saluta neanche piu’; ci ha eccepito un sacco di intoppi formali (insensati); non riusciamo ad avere risposte noi che abbiamo una credibilita’ e I mezzi intellettuali e professionali per capire quando qualcuno ci sta prendendo in giro, figurarsi le povere donne di villaggio per le quali venire a Bomet e’ come andare a Los angeles.

Insomma; e’ ovvio che tutti lo sanno. Ma I grandi organismi internazionali continuano a canalizzare gli aiuti tramite I governi.
E adesso il Global Fund on AIDS: il Kenya sta pre presentasre una richiesta (corredata di fantastica proposata di progetto) per 35 milioni di dollari. Li avra’ o no?
In Kenya muoiono ogni giorno 700 persone di AIDS; le cure sulla base dei retrovirus non sono accessibili alla popolazione. Un preservativo costa 10 Ksh; a Bomet una prostituta costa massimo 50 Ksh. La paga giornaliera di un lavoratore non supera I 150 Ksh. Sul lago vittoria la percentuale di sieropositivi nella popolazione arriva oltre il 50%. Sul lago vittoria le donne si prostituiscono per due pesci; neanche I cilienti hanno I soldi per pagare, danno quello che pescano. E’ prostituzione per fame, figurarsi chi pensa a comprare un preservativo.

Li avra’ questi 35 milioni di dollari o no?
In Kenya siamo in campagna elettorale: ci saranno le elezioni entro fine anno. Non sto a spiegare tutta la situazione politica che e'’molto complessa. Ma tutti sanno che far arrivare questi 35 milioni di dollari quest’anno significa consegnarli direttamente a Moi per la campagna elettorale, e diciamo, come buon uscita per un dittatore che deve garantire a se e ai suoi immunita’ e rendite per il futuro.

Ma li avra’ o no?
Gli USA (che vedono il demonio di qua e di la a seconda di dove tira il puzzo di doldi) stanno finanziando l’opposizione qui in Kenya. Vogliono sbarazzarsi di Moi. Come pesera’ questa decisione sugli esborsi del Global Fund? Gia’ hanno bloccato quelli del Fondo Mondiale, da qualche anno, a scopo dimostrativo.
Adesso come agiranno? Vogliono mettere in pensione un vecchietto che se ne stia poi buono e tranquillo, o gia’ lo considerano irrilevante e quindi faranno arrivare questi aiuti l’anno prossimo, quando saranno incassati dal “nuovo che viene”?

(Piccola parentesi: il nuovo che viene e’ rappresentato qui da Niachae, il braccio destro di Moi per 20 anni, e Kones, il braccio sinistro per gli stessi 20 anni. Adesso stanno tentando di ammazzarsi a vicenda da un paio d’anni.
Kones tra parentesi era il nostro padrone di casa fino all’anno scorso, e’ di Bomet e fino a che non ci siamo sistemati la casa dove stiamo ora, eravamo suoi inquilini: era l’unico a Bomet oltre al prete ad avere il cesso con lo sciacquone, e a noi ci serviva!!!)

Insomma tutta una gran giostra.
Non era piu’ efficace stipulare un accordo globale per liberare I farmaci cura dell AIDS dai copiright e renderli fabbricabili a basso costo da tutti? Invece che lasciare il Sud Africa da solo a combattere questa battaglia?






martedì 2 ottobre 2001

Kenya 11 - Argilla e mattoni


Carissimi,

Dopo una lettera piena di problemi esistenziali pero’ bisogna tirarsi su il morale; e qui si viene per questo! Tante cose che sto facendo ancora non te le ho raccontate. Alcune cominciano a dare frutti e un sacco di soddisfazioni. In particolar modo il CLAY WORKS UMBRELLA GROUP. Qui le donne si riuniscono in gruppi per sopravvivere e intraprendono le piu’ diverse attivita’.

Organizzando un training che ci hanno richiesto su lavori in argilla e produzione mattoni abbiamo incontrato questi gruppi che vogliono specializzarsi in questo campo. Produrre mattoni, per I quali c’e’ un altissima richiesta; fare quelli che chiamano maendeleo jickos, e cioe’ I piccoli fornellini a carbone o legna che permettono di risparmiare combustibile; fare tegole e vasellame. Tieni conto che parliamo di un contesto di capanne disperse nel fango tra I campi.

Da dicembre sto lavorando con loro. Si chiama Umbrella Group perche’ riunisce 13 gruppi. Abbiamo avuto due training sulla produzione dei mattoni e uno sui jickos. In questi mesi abbiamo avuto un sacco di incontri assieme, e stiamo cercando di iniziare un embrione di cooperativa di produzione. Il livello e’

rurale, ma qui tutto e’ cosi’. Abbiamo gia’ una sede, offerta dalla Mosop School (la scuola che ospita gli orfani che sosteniamo), un piccolo invaso d’acqua che serve per impastare l’argilla, stiamo mettendo su una tettoia per riparare

I mattoni (quando piove - e piove!- si rischia di perderne un sacco), e abbiamo aperto un conto in una

banca di villaggio locale. Ogni gruppo (formato dalle 15 alle 30 donne) ha raccolto 500 Ksh (15.000 lire), e I soldi raccolti ci servono per iniziare. Come vedete I costi sono molto bassi. La nostra ONG sponsorizza I training: normalmente facciamo una riunione con il comitato (formato da tre rappresentanti di ogni gruppo), si discute, si stabiliscono le priorita’, e si prova a programmare. E le cose da tenere in conto quando si tratta di donne sono molte: se e’ la stagione del raccolto non hanno tempo perche’ devono lavorare nei campi, bisogna vedere se hanno qualcuno cui lasciare I bambini, ci vogliono I permessi dei mariti.

Ma queste sono tutte donne coi controcoglioni (come diceva il prete che mi ha portato in africa la prima

volta, nel 95, anche se lui si riferiva nello specifico alle suore…un vecchio prete un po’ sui generis…): donne abituate a lavorare come muli, che hanno cominciato a fare mattoni spiando gli uomini, e poi mettendocisi loro. Si sono organizzate di modo che tutti I giorni ci siano a rotazione almeno 4 o 5 donne che fanno mattoni, e in questo modo, a costo zero, stanno costruendosi le case a rotazione. Tutti si lavora prima per una, poi per l’altra, e cosi’ via.

Il gruppo funziona: oggi ho addirittura saputo che ieri era l’ultimo giorno di training di 4 giorni che si sono organizzate da sole sui jickos. Ne avevamo discusso assieme, ma non avevamo ancora definito nulla. E loro hanno fatto tutto da sole…non pensare che io sia razzista o sfiduciata nelle capacita’ degli

africani, ma dopo piu’ di un anno di permanenza qui so quanto assurdamente ciclopica sia l’impresa di organizzare un training, comunicarlo alle persone, averle effettivamente al training. Facilitator sono state due donne membre del gruppo, loro stesse gia’ formate da noi a dicembre. Si sono autoconvocate, e per 4 giorni una quarantina di donne sono andate avanti e indietro dalla Mosop per partecipare a questa cosa: un successo clamoroso, che ti mette le ali.

Ti nasce una speranza nel cuore, su cui e’ seduto l’elefantone della speranze di tutte queste donne.

All’inizio pensavo: devo riuscire in questa cosa per loro, devo riuscire a reggerlo per loro; perche’ la prima sensazione che hai quando ti trovi in questesituazioni, e che ti viene dagli occhi delle donne sedute con te, e’ che loro hanno su di te tante di quelle aspettative che non puoi lasciarle a terra.

Vedono una possibilita’. Poi pero’ capisci che sono loro che ti portano sulle spalle, la loro speranza fa splendere alta la tua: che regalo! Che vista da quassu’!

Bet, il pastore della chiesa locale, dice che Dio ci ha portato qui con uno scopo: e lo scopo del suo Dio era il regalo di farmi vedere questo panorama splendido! Da quassu’, dove mi hanno innalzato gli occhi, I desideri, le speranze di queste donne.

Insomma, l’Ombrella Group comincia a camminare bene, io sono solo una risorsa collaterale. La mia unica paura e’ che la condizione economica generale del paese pesi sul reale successo della cosa. Ancora non siamo in fase di produzione e marketing, ma lunedi’ vado a parlare con il responsabile di una NGO Inglese, Habitat for Humanity, che costruisce case nell’intento di migliorare le condizioni di base di questa gente. Hanno appena aperto un ufficio a Bomet (sepolti nel fango anche loro), e ovviamente la prima cosa che gli serve sono… I mattoni!

Nel giro di un paio di settimane avremo un seminario di una settimana, che si chiama “Doing a feasibility study”: si tratta di organizzare la nostra idea di business analizzandone tutti gli aspetti e cominciando la programmazione. Domanda del mercato, eventuali concorrenti, come operare materialmente il business, costi di produzione, risorse necessarie, training richiesti, ecc…

Quanto ci vorra’ perche’ tutto parta? Giugno 2002 e’ sin troppo vicino. Che fare?

Il Clay Works Umnbrella Group e’ l’unico cosi’ strutturato. Stiamo cercando di farne partire uno anche sulla produzione di miele, ma su questo saremo molto piu’ defilati…gia’ la responsabilita’ di averne spinto uno a partire mi sembra troppa…se poi va male?

Con gli altri gruppi ci limitiamo a fornire I training richiesti (in genere in campo agricolo), e dare il credito se richiesto. Abbiamo fatto training a una 50ina di gruppi, e dato crediti per adesso solo a una decina…cominciando ad esborsarli solo da giugno. I soldi del progetto non sono mai abbastanza (l/4 se ne resta in italia), e spesso per le donne ripagare un credito puo’ essere un problema.

Ma cominciamo a vedere cose nascere: I pollai (dovreste vedere l’incubatrice: e’ una capanna rotonda in miniatura, alta come una persona, bellissima, con porticina, al centro un jiko che fa caldo e 30 o 40

pulcini che ci stanno, zampettando di qua e di la), chioschetti, negozietti, compravendite di piretro o benzina (la vendono solo a Bomet, e un gruppo ha avuto l’idea di organizzarsi noleggiando la macchina del maestro del villaggio e portandosi nel villaggio appunto due bidoni di benzina da vendere- il prestito e’ servito a comprare la benzina).

Ecco, questa e’ una “picture”, un istantanea mossa e sfuocata di un aspetto del lavoro; ce ne sono altri, e sono cose che ci assorbono molto perche’ ci piacciono. C’e’ chi dice che chi lavora nel sociale lo fa perche’ ha bisogno di sentirsi migliore di quello che e’ in realta’; tanto piu’ se viene nel terzo mondo.

Sicuramente mi sento piu’ coinvolta che se vendessi tappi di bottiglie all’ingrosso, e poi ho bisogno di

cose vive e serene.

E poi mi si e’ aperta piu’ la mente lavorando con gli zingari e quaggiu’ che qualunque altra cosa: ossigeno, aria che ti circola dentro, se no ci credi alla CNN e sei contento se ti compri il forno da 4 milioni che sembra il cruscotto di una macchina, e ti senti forte e giusto come davide prima di scagliare il sasso contro il resto del mondo barbaro, cattivo o da compatire. Le domande che ti nascono e le cose che vivi ti smantellano piu’ certezze che altro: e questo e’ un bene.

I compromessi sono molti, ma do cento, e mi sono scomparsi tutti gli acciacchi pricosomatici di cui soffrivo in italia. Certo mi sento isolata: avrei voluto partecipare al G8, vorrei oggi piu’ che mai entrare in un movimento antoglobalizzazione in cui canalizzare la mia voglia di fare sentire la voce:

come si fa a credere alla politica? La politica non esiste, non l’ho vissuta quando era viva e aveva un

senso. Oggi vedo Blair e non lo distinguo da Bush. Tutto il resto e’ orrore e interessi.

Insomma, mi manca realizzarmi in un idea politica comune. Ma questo potro’ farlo al ritorno. Qui scavo piu’ me stessa. Capisco I miei desideri e le mie inclinazioni.

Intanto tra luglio e settembre sono venuti a trovarci ben 18 fuoriusciti: amici e conoscenti dall’italia, che hanno vissuto qualche settimana le bellezze e le difficolta’ che ti puo’ regalare venire in africa.

Tutti sono rimasti molto coinvolti dalle esperienze che abbiamo potuto offrire, prima fra tutte lo stare

in capanna presso le famiglie che vivono attorno alla scuola orfanatrofio della Mosop School. Quasi tutti hanno passato da una notte fino a 10 giorni in capanna, senza luce, con famiglie molto semplici che hanno aperto ai nostri amici le porte dell’africa rurale: l’acqua da attingere allo stagno, la cucina rotonda con il tetto di paglia aguzzo, la cena tutti assieme al lume della lampada a petrolio, lo splendido

albero fiamma che fiorisce esplodendo di rosso intenso, le notti stellate africane, la lontananza da tutto, la chioccia coi pulcini, il rumore del silenzio e dei propri pensieri, I passi sul sentiero della donna col bimbo sulla schiena e la brocca sulla testa.

Assieme poi abbiamo fatto diverse spedizioni nei parchi…e siamo pure riusciti a vedere il leone

trombare…. Daiie ai guardoni!!!!

Insomma, spero che questo vi punzecchi…

Ciao

Elena




giovedì 20 settembre 2001

Kenya 10: Count down


Carissimi,

E’ tanto che non scrivo. Un po’ a scrivere letteroni mi sento piu’ una giornalista che una persona.
Raggiungono molti amici ma perdo in rapporti umani. Poi di giornalisti veramente bravi ancora qualcuno ce n’e’, e per sostituire molto piu’ che degnamente I miei letteroni ti do questa indicazione: Pietro Veronese “Africa. Reportages”, Laterza, che nonostante la frase del retro di copertina e’ un gran bel collages di articoli sull’Africa. Veronese scrive su repubblica, ed e’ uno dei pochi giornalisti veramente seri su questi temi.

Qui come va? Mah, la depressione di tutto quanto sta succedendo colpisce anche quaggiu’. Vedere Bush che recita salmi in televisione e che afferma che il bene trionfera’ sul male come puo’ lasciare?
Sai cosa dicono qui I Kenyani? La gente comune e’ inorridita per quello che e’ successo, ma contemporaneamente dice che adesso finalmente gli americani capiranno cosa vuole dire avere dei morti. Qui tre anni fa e’ saltata l’ambasciata USA e ci sono state centinaia di morti civili…pare che gli Usa abbiano stabilito indennizzi ridicoli che chissa’ quando mai arriveranno. Comunque il Kenya non e’ nell’occhio del ciclone per quanto riguarda gli equilibri politici mondiali. Qui sono ladri di capre in confronto a quello che sappiamo mettere in piedi noi…
Vorrei esprimere molti pensieri e sensazioni, che non riesco a mettere su carta. Ci si chiede di schierarci e te lo chiede la televisione, facendoti l’occhiolino sulla risposta giusta: e’ come un quiz a premi.
L’occidente si sveglia cristiano perche’ ce lo dice la CNN. Quella di essere buoni invece e’ una convinzione granitica che abbiamo, hanno, da secoli. Vedo qui quanto bene ha prodotto.
La guerra non e’ questa, la guerra c’e’ da decenni altrove, in moltissimi altrove, e la sensazione e’ che ci stiamo avvitando in maniera insensata e che ne rimarremo strangolati da soli. Non so quando; per adesso prosegue come sempre: l’uomo ricco non puo’ che essere egoista e il povero sara’ sempre perdente. E’ una legge di natura che nel paese dove sono vedo applicata, anche se nessuno se ne accorge e non vuole capire da dove viene tutto questo casino.

Mah. Che la depressione mi venga anche dal fatto che oramai qui abbiamo iniziato il nostro conto alla rovescia personale? I due anni di permanenza prevista infatti scadono a giugno 2001. Lontano ma vicinissimo, soprattutto per noi occidentali bianchi in eta’ produttiva che dobbiamo assolutamente programmare le nostre vite. Che fare? Non ci sarebbe alcun problema a rinnovare per un altro anno, tanto piu’ che l’ONG ci vuole, e ho finito di scrivere un progetto per l’Unione Europea che potrebbe essere un altra sfida coinvolgente, in campo agricolo e di sicurezza alimentare. Ma starsene tre anni fuori dall’Italia per chi non vuole fare l’emigrante per tutta la vita puo’ essere un rischio molto alto. Dobbiamo anche pensare al rientro: che fare? Dove vivere (io e Aldo infatti non abbiamo una base comune)? Cercare lavoro non e’ una cosa da sottovalutare, rientrare nel giro richiedera’ mesi. Fortunatamente tendo a considerare meno angosciante una situazione di incertezza come la presente rispetto a quella di sentirsi su una strada gia’ decisa e definita in partenza. Per fortuna che io e Aldo in questo siamo uguali. Se no mica saremmo finiti quaggiu’!
Forse il problema vero e’ che il sogno piu’ bello lo stiamo vivendo adesso, e non riusciamo a vedere qualche cosa di altrettanto coinvolgente da sognare. Il problema e’ avere chiaro il proprio desiderio; poi le energie si convogliano facilmente.

Vi lascio con milioni di cose che non stanno in questa lettera, e un passo di una lettera che ci ha scritto
un amico di Firenze, 21 anni, che e’ stato qui ad agosto:

“Scrivo innanzitutto per ringraziare tutti coloro che hanno voluto contribuire economicamente alla crescita di questo magnifico progetto (la Mosop School) che abbiamo avuto la fortuna di toccare con mano; infatti anche grazie al vostro contributo io e i miei tre amici abbiamo portato la cifra di sette milioni, con la quale si potrà concludere la costruzione di un tank per l’acqua e la realizzazione di una cucina nuova, e vi assicuro, io che la cucina l’ho vista, che ce n’era proprio bisogno! Vorrei cercare di esprimere anche un po’ delle emozioni che ho provato nel fare quest’esperienza, e che continuo a provare anche adesso, ma non so se ne sarei capace, non vorrei perdermi in banalità e luoghi comuni, ho sempre creduto che ci siano cose tanto belle che non sarebbe giusto ingabbiarle circondandole di parole, forse non ne abbiamo neanche il diritto…
Ciò che riesco a dire è che ho vissuto un’esperienza molto forte, da tutti i punti di vista, ho scoperto che ciò che credevo di conoscere del mondo era solo una piccola parte di ciò che esiste, ci sono tante realtà diverse delle quali sentiamo parlare e magari crediamo anche di farci un’idea, ma che bisogna per forza vedere e toccare con mano, per iniziare a capirle veramente…
Una delle cose che più mi sono rimaste impresse è l’idea delle potenzialità che ci sono in Africa, c’è tanta forza, tanta dignità, e su questo noi occidentali abbiamo solo da imparare; anche per questo consiglio a chiunque di toccare con mano questa realtà, l’Africa se provi a capirla t’entra dentro e ti migliora…
L’Africa non è solo Aids, malaria, fame, miseria, l’Africa è una forza impetuosa, e gli occhi “pietosi” pieni d’arroganza con cui noi dal nostro occidente ‘civile’ guardiamo al terzo mondo sono una delle tante dimostrazioni dell’ignoranza della quale tendiamo a circondarci, per voler vedere le cose sempre nel nostro modo, perché è un modo che ci dà sicurezza, è una delle tante forme con cui rinunciamo a metterci in discussione, noi e il nostro stile di vita, e allora continuiamo a parlare nelle nostre calde e confortevoli case di ciò che possiamo fare per aiutarli, e andiamo in Africa e torniamo con occhi più profondi di prima, occhi di chi ha visto il fondo del mondo e avrà mezz’ora d’attenzione in più nelle solite conversazioni nelle nostre calde e confortevoli case….
Sto cercando soltanto di dire che dobbiamo capire che si deve riconquistare l’umiltà di chiedere a loro d’insegnarci qualcosa, perché laggiù ho capito che anche noi abbiamo tanto da imparare, e che la nostra
presunta civiltà non è quella ideale a cui civiltà più arretrate devono tendere…
Cosa rimane dentro di me vedendo tutte quelle potenzialità che non hanno la possibilità di esprimersi? Cosa mi rimane dentro parlando con ragazzi Africani della mia età che hanno il futuro già scritto, mentre io mi lamento di non saper scegliere tra le mille possibilità che ho di fronte a me? Pietà? No, rabbia, solo e soltanto rabbia, perché questo mondo è sbagliato e sembra che nessuno ne voglia parlare, perché viviamo dietro a un velo di Maya costruito per noi su misura perché possiamo finalmente smettere di farci domande e cercare risposte, rabbia perché ci compiacciamo di vivere nelle nostre gabbie, davanti ad una televisione che t’insegna come essere libero, e intanto la chiave della tua gabbia l’hai gettata chissà dove, schiavo di un’informazione fatta di slogan e di menzogne, vuota come le parole di una politica nella quale continuiamo ingenuamente a credere; e se te ne rendi conto e vai in piazza scopri la natura della tua beneamata ‘democrazia’, la tua richiesta di giustizia te la fa pagare con il sangue, e torni a casa ferito nel corpo e nello spirito e senti al telegiornale che i delinquenti sono quelli come te, che tu sei violento perché frequenti un centro sociale, mentre chiedi solo giustizia, neanche giustizia per te, ma giustizia per le persone piene di potenzialità ma impossibilitate a coltivarle perché i grandi della terra hanno deciso così, perché le multinazionali devono badare ai loro profitti, perché le case farmaceutiche barattano vite umane per il proprio guadagno: tutto questo ha qualcosa a che vedere con la giustizia?
E intanto ci prepariamo ad un’altra guerra, una guerra di ‘civiltà’, una guerra di ‘cultura’, ma i buoni vinceranno, come dice Bush, verrà ristabilita la pace nel mondo, e continueranno a morire persone sul campo di battaglia di una guerra di cui nessuno vuole parlare, e che per noi occidentali non è mai esistita….beh, andate a vedere in Africa, in Asia, in America (l’altra America…), se esiste o se sono soltanto deliri.
Questo è ciò che mi rimane, ed è tanta la voglia d’esprimere alle persone tutte queste agitazioni che mi sento dentro, perché il velo di Maya si può strappare, basta parlare tra di noi, con le persone che ci stanno vicino, ricominciare a porci domande, mettere l’ombra del dubbio nelle verità che vogliono infilarci nella mente, per cercare di ritrovare quella benedetta chiave….
Finisco questa testimonianza con le parole di Padre Alex Zanotelli, che ho avuto la fortuna di conoscere a Korogocho, baraccopoli di Nairobi: “l’importante è sapere di essere nel posto giusto…”
Questo serve per trovare la forza che ci manca…
Grazie a nome di tutta la Mosop Mission School,
Francesco”

Carissimi, a me questa lettera e’ piaciuta moltissimo. Francesco ha 21 anni, studia medicina, e’
silenzioso, e mette speranza.

Vorrei concludere questa lettera gia’ fin troppo lunga con un ultima cosa: noi siamo qui fino a giugno 2002.
Non credo che potreste avere un occasione migliore per vedere l’Africa. Un pezzo di Africa, quello che
viviamo qui. L’africa si riesce a vedere un po’ solo se si conosce qualcuno che ci vive. Se ci vieni come
turista finisci nel giro scintillante dei parchi, dei leoni che trombano e dei lodge con piscina nelle terre aride dei masai. Se riusciste a prendervi almeno una decina di giorni, sono sicura che potreste vivere un esperienza indimenticabile.
Se riusciste a venire qui potreste venire a Bomet, vedere questa zona, venire con noi nei giri che facciamo per gruppi e nei villaggi, vedere come si sono organizzati in piccole banche di villaggio, conoscere Mr. Bet e la scuola orfanatrofio che sosteniamo; ovviamente andremmo a vedere I leoni che trombano (non puo’ essere il motivo per venire in africa, ma venire senza vedere un parco non ha senso), e entrare in uno slum di Nairobi, sentire che cosa e’ questa realta’ di urbanizzazione subumana, di cimitero delle speranze che sta spopolando l’africa.
Fatevi questo regalo. La nostra casa adesso e’ piu’ grande, c’e’ la camera degli ospiti, la doccia, ho l’orto e un sacco di piante, una gatta, I bimbi delle casette intorno stanno sempre nel nostro prato e abbiamo appena finito una verandina dove si legge che e’ un piacere. A noi farebbe moltissimo piacere: regalare un viaggio in Africa a qualcuno e’ qualcosa che lascia un segno. A me e’ stato regalato nel 95…e guardate un po’ come sono andata a finire.
Poi, altroche’ eta’ pensionabile..qui vi si apre il futuro!

Spero di sentirvi presto,

Elena


giovedì 5 luglio 2001

Kenya 9 - Trasloco a Bomet



Ciao atutti, Mork chiama Orson, rispondi Orson!

forse i telefoni a bomet funzionano davvero. Siamo tornati che si riesce a telefonare ovunque senza problemi, e a noi non ci pare vero. Anche perche' in nostra assenza tutto e' andato bene, nessun problema, nessuna questione. Il nostro impiegato modello (stile giapponese: pronto a fare karakiri per noi) e' stato molto bravo a fare tutto quello che avevamo programmato. Oltretutto erano sopratutto visite sul campo a un gran numero di gruppi ed associazioni, e la motocicletta che doveva noleggiare si e' rivelata un cesso, e quindi la maggior parte delle cose le ha fatte arrancando a piedi o in bicicletta...un sant'uomo.

Abbiamo avuto quindi una mattinata molto proficua per il lavoro.

Ieri siamo andati a vedere la nostra nuova casa. Quando siamo partiti per la vacanza in Italia eravamo super entusiasti, perche' era venuta fuori veramente bella. Adesso, dopo tre settimane di europa, siamo rimasti un po di cacchina. E' un vero tugurio!!! Tutta sporca, rotta, precaria. Ci siamo ritrovati un po' perplessi a guardarci attorno, silenziosi, con la stessa domanda negli occhi: ma come facevamo a dire che e' bella???

Quindi ci siamo rimboccate le maniche, e oggi pomeriggio siamo andati con pittura e attrezzi, per cercare di sistemarla un po. Le mucche hanno di nuovo invaso il giardino, e aldo al primo trasporto di materiale in casa ha pestato una merda di vacca, pesticciandola tutta dentro casa prima di accorgersene. Adesso il pavimento e' tutto macchiato di merda ma non fa differenza.

Cercando di capire poi come e' stato installato il lavandino gli e' rimasto in mano un tubo, che spruzzava acqua in tutto il bagno (come nelle comiche): abbiamo quindi scoperto che la casa non ha alcun rubinetto centrale per chiudere l'acqua...salvo nel sottotetto, dove abbiamo dovuto issare il nostro ingegnere coi piedi puzzolenti sulla schiena, attraverso una botola, che andasse a chiuderla. Perche' l'hanno messa lassu? Loro non sanno spiegarlo.

Insomma, ci sara' da lavorare un po...domani infatti ci siamo presi la giornata,e pitteremo e chiuderemo i buchi e le solite crepe di qualche centimetro tra pareti e soffitto. Aldo ha escogitato un ottimo sistema; sta attaccando tutti dei fogli di calendario sul soffitto del bagno, a chiudere i fessuroni, ed e' molto soddisfatto. Io gli dico che e' molto bello.

Insomma: bentornati!!!

Carissimi, apresto

Elena e Aldo




26.6.2001

Ieri non siamo riusciti a spedire, e quindi ci riprovo oggi.

Ieri sera sono andata a letto prestissimo, e sono crollata: ho la stanchezza che si ha in montagna quando ci si deve abituare all'altitudine. Del resto qui siamo a 1700, e i primi due giorni mi sono sentita veramente fiacca. Oggi invece va gia' meglio.

Si ritorna in africa dopo un soggiorno in europa che ci si e' scordati come sia difficile qui far andare bene le cose, o adattarsi ai ritmi e metri sconsolanti della gente di quaggiu'. Il fax non funziona, le persone si scordano le cose...aldo che si arrabbia e spacca le scarpe cercando di far partire la moto.

Bisogna dire che alla fine un soggiorno in europa fa un sacco bene, ma poi devi ripartire da cento passi indietro, che ti eri dimenticato di avere fatto quaggiu'.

La cosa piu' defaticante di tutte, soprattutto psicologicamente, adesso che il progetto va bene, e' la casa: oggi entrando con la macchina nel cortile non riuscivo ad aprire il cancello che ci hanno montato. Ho fatto forza e si e' spezzato il cardine di ferro che ci dovrebbe proteggere dai bruti. Appoggio il cancello e entro lo stesso, con le quattro ruote motrici innestate perche' il prato e' piu' un ondulato di collinette e sassi che altro. Cerco di aprire il grill di ferro montato a protezione della porta principale, e mi rimane in mano il copri lucchetto in ferro anti scasso.

I due tipi che ci dovrebbero pulire il giardino dai pietroni e dagli avanzi di costruzione stanno tranquillamente sdraiati sul prato.

L'ingegnerre parte in cerca dell'elettricista, e non lo trova prima delle 11. Perche'? cosa perche'?

Il fatto e' che poi pensi che i bambini della casa di fango fuori dalla nostra attuale casa piangono perche' hanno fame, e Aldo oggi gli ha regalato il sacco delle nostre patate.

Certo che noi ci lamentiamo, ma qui ha un senso?

- Bet, si e' rotto il cancello

- Ah....

- Bet mi e' rimasto in mano un pezzo di ferro della porta.

- Oh......

- Bet quando viene l'elettricista?

- Lo vado a cercare...

- Aspetta. Dov'e' l'interruttore per accendere la luce esterna?

- E' questo

- No, questo e' per il soggiorno

- Ah. E' questo?

- No, questo e' per la cucina

- Ah. Non c'e'.

- E come si accende la luce fuori senza interruttore?

- Ah. Adesso lo facciamo.

Io entro in casa e comincio a dipingere le porte. Cosi' almeno dalla sensazione di stare in una cantina passiamo a quella piu' allegra di stare in un centro sociale occupato: rosse, le facciamo rosse. Abbiamo comprato il rosso quello per i segnali stradali.

Arriva Bet con l'elettricista, e cominciano a fare gli idraulici, per sistemare il rubinetto rotto ieri.

Io mi giuro di non andare a guardare niente di quello che stanno facendo, e di rilassarmi dipingendo le mie porte.

E cosi' e' per un paio d'ore.

Arriva Aldo. Fa per aprire una finestra e gli rimane in mano la maniglia. La porta della cucina non si chiude (tutto vero!!!!).

Viene da me dopo aver lottato piu' di un ora con il fax che non ha funzionato " Allora come stanno andando in bagno?"

" Bene. Anzi, per la verita' non sono ancora andata a guardare. Stanno installando l'instant heater" (che e' lo speciale barattolino con resistenza elettrica che applicato sulla doccia fa l'acqua calda)

Andiamo a vedere: e' montato ma all'incontrario!!!!!

Cioe' col bocchettone doccia girato invece che in basso, verso il soffitto!!! Giuro!! La doccia verso l'alto!!! La doccia per il soffitto!!!

Capisci che dopo l'Europa tutto questo ti fa impazzire.

Alla fine pero' siamo stati premiati.

Tendenzialmente siamo riusciti a sistemere le cose, e il grande risultato della giornata e' che finalmente, dopo un anno di permanenza in africa, e decine di docce a secchiate, ADESSO ABBIAMO LA DOCCIA FUNZIONANTE CON L'ACQUA CALDA A TEMPERATURA GIUSTA!!! Non ci si puo' credere! Bisognera' vedere per quanto funzionera', ma qui la provvidenza e' impegnata in altro.

Carissimi, buonanotte

Vostri

Elena e Aldo




2.7.2001


Carissimi

ebbene si: vi sto scrivendo dal soggiorno della nuova casa! Trasloco compiuto!!

Siamo in una casa grande e spaziosa, con luce, acqua, acqua calda (un pisarotin, come lo definisce aldo, ma a me che ho meno superfice, va benissimo), giardino, verandina, porta sul retro per prossimo orticello, cancello e quant'altro di splendidissimo si possa immaginare.

Noi siamo felicissimi: la casa e' veramente tranquilla, molto silenziosa e arieggiata (a seconda da dove tiri il vento: brezza montana se tira da Chebole, odore di merda se tira dai cessi con cui confiniamo. Ma l'odore di merda in Africa e' una costante, questo lo conferma e ho intenzione di scriverci un letterone).

Abbiamo fatto trasloco sabato e domenica. Abbiamo cominciato a portare qui le nostre cose sabato mattina, e tutto era gia' trasportato per l'ora di pranzo..., due giri con il macchinone e il pick up della mami, e quattro volonterosi che ci hanno aiutato...uno come compenso ha voluto che gli comprassimo un disinfettante per cessi che produce lui...?...cinque litri, ma ne abbiamo preso uno solo.

Sabato pomeriggio, domenica, il tempo libero di lunedi', e di ogni giorno a venire da qui a sei mesi, sara' dedicato a sistemare le cose e rendere abitabile la casa.

Ci sono una serie di follie o di orrori, che dir si voglia, da sistemare piano piano: nessuna porta ha maniglia o chiodo di alcun tipo per essere aperta o chiusa, e ci attacchiamo con le unghie per cercare di muoverle, che poi stanno comunque solo tutte aperte; la tazza del cesso per qualche millimetro riesce a stare aperta, ma la tavoletta su e' impossibile, perche' il water (piu' nano del precedente!!) e' stato praticamente incastonato nel muro e la vaschetta dell'acqua si pianta tutta nella schiena; i mobili in cucina non possono essere accostati al muro perche' invece di finire dritto, verso il pavimento ha dei grumoni di cemento di diversi centimetri che fanno come delle montagnette, in piu’ Pavimento e parete non fanno novanta gradi, ma un bell angolone ottuso, come colui che ha tirato su il muro; abbiamo attaccato un pensile tutto storto perche' il soffitto e' stortissimo e ci ha fregato; creponi ovunque da dove entrano ragni enormi, ma questo oramai non importa piu', ultimamante ne avevamo uno che viveva dentro la zanzariera del letto e non ci faceva neanche piu' impressione, ci preoccupavamo se non si vedeva per la buona notte; ieri andando a letto HO PESTATO UN ROSPO ENORME proprio ai piedi del letto, un senso terribile ai piedi (bisogna mettere le barriere sotto le porte); aldo diciamo recita giaculatorie ogni volta che deve piantare un chiodo e si sfaldano pezzi di muro; tutti gli operai che sono venuti hanno stampato le manonone sui muri che adesso dobbiamo in vari punti ridipingere.

Mourine, la ragazza che ci aiuta con le pulizie, e che vive in una specie di tugurio e' entrata in casa, ha guardato inorridita le porte rosse e ci ha detto che quello e' il colore delle macellerie. Qui infatti i baracchini-macelleria sono rossi, sangue, squartamento, sporco organico, per questo si usa il rosso, non avevamo fatto bene mente locale. Ma noi le abbiamo fatto vedere il teschio di gnu con i suoi cornoni che dobbiamo fissare in bella vista sul fondo del corridoio, e quindi tutti i conti tornano.

Non avevo messo in conto che poteva dispiacermi lasciare la casetta vecchia, eravamo cosi' concentrati sulla nuova. Mentre stavamo cercando di staccare i pensili dal muro, tutti i bimbi delle capanne dietro casa si sono riuniti davanti al nostro finestrino. Sono un gruppetto di bambini di famiglie messe molto male, e che venivano da noi tutti giorni per qualche cosina. Mentre mi tenevo sulle spalle il pensilone facendo un sacco fatica, e non proprio bendisposta verso i traslochi e l'universo ho cominciato a sentire tutte queste vocine che mi chiamavano (non mi avevano mai chiamato per nome! dicevano solo: Sweet! dolci, muketa!pane, maziwa!Latte).

Mi chiamavano piano piano (di Aldo hanno suggestione, essendo uomo), con le loro vocine insistenti, e dicevano

"Iko Wapi?.......Iko wapi?...Elena, iko wapi?" (Dove andate?).

Allora io mi sono girata, e erano tutti li che mi chiamavano, e Iko wapi, e avevano addirittura chiamato le mamme che non avevamo mai visto, e allora sono andata fuori per salutarli, e mi son venuti i lacrimoni senza neanche avvertimento, che ho detto due parole e poi sono tornata dentro a piangere. Allora Aldo ci ha caricati tutti in macchina, abbiam fatto un gran giro in paese di coperte e vestiti per tutti, dieci soda (coche e fanta) e ce li siamo andati a bere nella loro capanna nella quale siamo entrati per la prima volta dopo un anno che abbiamo vissuto a meno di due metri di distanza.

In compenso nella nuova casa siamo proprio nel mezzo di un quartiere pieno pieno di piccole casettine, una stanza per famiglia, strapieno di bambini che sono gia' nel nostro prato la mattina quando ci svegliamo e ci salutano e saltano e ridono tutte le volte che ci vedono, cioe' cento volte al giorno, speriamo che sia per la novita', ma l'atmosfera e' molto bella. Appena fuori di casa ci sono le mamme che lavano i bimbi tutti nudi nei catini, in fila uno dietro l'altro dal piu' alto al piu' basso (cioe' dai 5 agli 0 anni, cioe' cinque per famiglia), e stendono il bucato sulla nostra staccionata. Ho dovuto convincere un ragazzo con le mucche non che non volevo le mucche nel giardino, ma del fatto che c'e' una ragione per non volerle (e' il mio giardino...?....e poi fanno la cacca...?....e lui mi guardava allibito tanrto che io adesso mi chiedo se effettivamente siano ragioni), mentre c'e' una famiglia di tre anatre che gira intorno a casa e dalle cacche credo che dorma sul patio (quelle cosa dico? e a chi?). Abbiamo trovato infine il nostro sfi-gatto, immancabile qui come ovunque: tutto a chiazze e guercio da un occhio: non potrebbe essere piu' perfetto. La nostra famiglia e' al completo!!!

A parte gli scherzi siamo in una posizione molto bella, e la casetta con noi dentro sta gia' diventando irriconoscibile, siamo in una zona molto sicura e estremamente tranquilla, tutti si salutano, si conoscono, sono tutti di Bomet, ci sono diversi poliziotti e negozietti dove compriamo pane, uova, pomodori, patate, soda, quello che si vuole.

Inoltre confiniamo sul retro con la parrocchia, e la domenica sono tutti canti e danze in sottofondo.

L'aria e' di campagna, non si sente una macchina, strade di solo fango (mettiamo le quattro ruote per entrare in giardino con la macchina!), torme di bimbi, bel panorama e bei tramonti. Noi siamo proprio contenti. Vedra' chi ci verra' a trovare.

Il lavoro va bene, luglio e agosto saranno pieni di visite ai gruppi che seguiamo, e chi sara' qui verra' con noi; Bet oramai raffigura se stesso come l'Adamo dela Creazione di Michelangelo, dito a dito con Dio, e ogni sua convinzione in materia di provvidenza e' diventa sempre piu’ granitica ogni volta che andiamo da lui; non esiste in Kenya una pompa giusta per gonfiare la mountain bike che ci siamo portati a spalla dall'italia.

Un bacione e un abbraccio

Aldo e Elena



5.7.2001

Stamattina ci siamo svegliati tutti sereni nella nostra casetta della prateria, ci siamo stiracchiati ben bene, abbiamo verificato che dalla finestra ci fosse il sole e la Nina la Pinta e la Santa Maria fossero tranquille nel giardino (le anatre che ci passano sempre attraverso nei loro impegnati andirivieni), quindi, felici del nuovo contesto, abbiamo messo I piedi per terra..anzi, in acqua. Il tank di 500 litri fissato sul soffitto infatti durante la notte aveva colato non so quanta acqua giu’ per le pareti, I soffitti, tutta incanalata in tanti piccoli fiumiciattoli in giro per la casa.

E’ successo che la valvola che ne blocca il riempimento quando e’ pieno era difettosa, e non ha bloccato nulla, e quindi l’acqua ha continuato a riempirlo finche’ non e’ traboccata dalla cima, ha cominciato a scorrere nel sottotetto e poi a calare giu’ in casa, dal soffitto..e dalle lampadine!.

Fortunatamente la casa non e’ nostra, e alla fine era solo un secchio da quindici litri circa, ma non vi dico. Parte del soffitto del bagno e della camera ospiti sono ondulati dall’acqua, e il nostro ingegnere di fiducia ha subito un cazziatone di quelli memorabili. Purtroppo qui qualunque lavoro ha due incognite: la competenza di chi lo fa, genericamente meno di zero, e la pessima qualita’ di qualunque strumento, o materiale, o pezzo meccanico o simile, tutta roba scadentissima che fa piu’ danno che altro.

Quindi lui e’ stato veramente preso di petto, tant’e’ che come tutti gli uomini africani come reazione si e’ praticamente messo a piangere.

Stanotte ci doveva essere un asino a due metri dalla nostra finestra. Per fortuna che eravamo ancora svegli e stavamo chiacchierando: a un certo punto ha cacciato un raglione di quelli potentissimi e luuuuuuuuunghi.

Da farsi accapponare I capelli!!!!

Elena e Aldo






lunedì 28 maggio 2001

Kenya 8 - "Chiedo scusa alle galline"


Carissimi,
qui a volte si perde un po' la misura delle cose.
Del tempo prima di tutto, ma questo oramai, per gli affezionati lettori che ci seguono dall'inizio, e' assolutamente scontato, e del resto accade anche lassu'. Solo che qui se ne perde la misura all'estremita' opposta: il tempo e' denaro, sia nel nord che nel sud del mondo. Nel nord significa che e' preziosissimo, e guai a perderne anche un briciolo; qui invece la conseguenza dell'assunto e' che chi piu' ne ha piu' e' ricco, quindi l'orologio non esiste.

Dicevo che si perde la realta' delle cose, perche' in questo paese , e nella nostra realta' personale, ti arriva un sacco di fumo negli occhi: internet, i supermercati, la pasta e l'olio d'oliva che riesci a trovare, la nostra bella macchinona (che adesso per fortuna e' di nuovo nel pieno delle sue facolta'), il progetto che funziona, i primi 75 crediti in via di esborso, le visite ai gruppi di donne che ti accolgono sempre con una gran festa, le serate a Nairobi con le videocassette di Tommaso, il ristorante giapponese (buonissimo, e molto piu' economico che in Italia).
Tutto questo un po' ti incanta, e ti fa dimenticare dove sei, cominci a pensare che le cose anche qui possono mveramente andare bene. Poi senti parlare di Ester.

Ester e' una ragazza inarrestabile, che per otto anni e' stata una delle lavoranti dei nostri padroni di casa (il ministro Bomettiano). Alta, magra, molto vivace, e soprattutto con una bellissima voce. E' la solista nonche' leader della propria chiesa "Africa Gospel Church". Qui l'appartenenza ad una chiesa e' fondamentale, ed Ester e' l'esempio della solarita' in persona. Lei ride o canta o sorride sempre: dice che e' perche' Dio vuole che siamo felici.
Del resto anche noi sorridevamo a vederla, e un po' ci veniva da ridere, perche' ha dei capelli stranissimi, che crescono in verticale sopra la testa, a spinacio, e lei per nasconderli usa sempre un berretto di lana. Come moltissime ragazze africane che ancora non sono sposate, Ester ha una bambina, Winnie, di 13 anni, che pero' ne dimostra 7 o 8. Ha avuto la tubercolosi: la fortuna e' stata che Ester, essendo lavorante di Kones, ha avuto il sostegno della Mami, la moglie del ministro, che ha preso a cuore la bambina, e l'ha fatta curare per mesi all'ospedale di Tenwek, quello dei missionari americani (che per inciso: e' a pagamento. Ester non se lo sarebbe mai potuta permettere). Oramai e' un po' che non vediamo Ester e Winnie, perche' pochi mesi fa Ester si e' sposata, ed e' andata a vivere a una ventina di chilometri da qui, a Kabaruso, il villaggio del marito, un una zona di colline molto verdi, e allegra. Questo e' quello che ho sempre pensato passando da Kabaruso.

Oggi, sabato mattina, stavamo andando a caricare la batteria della moto, quando la Mami ci ha fermato, e ci ha detto che Ester e' morta. E' morta di tubercolosi, dopo piu' di tre mesi che tossiva, e nessuno aveva pensato di portarla all'ospedale, neanche quando aveva cominciato a perdere peso, e a stare sempre a letto.
Io adesso non riesco a capire come sia possibile che Ester sia morta: e' ignoranza? E' poverta'? e' rassegnazione? E' la morte che qui fa parte con indifferenza della vita di tutti?
La Mami ci diceva che proprio qualche giorno fa Winnie era venuta in visita, e le aveva detto che Ester stava male, e lei si era raccomandata di farla venire a Bomet, che l'avrebbe portata subito a Tenwek. La Mami ci spiegava che nei villaggi quasi nessuno porta i malati in ospedale, e che si rivolgono ancora a qualche guaritore locale. Ma Ester ha vissuto anni a casa di un Ministro, ha vissuto a Nairobi, sapeva usare la televisione, i videogiochi, lo stereo, ha visto la sua bimba curata dallo stesso male: che cosa blocca queste persone nel loro fatalismo senza speranza, nel loro arrendersi comunque davanti al destino?
Parlavamo con Leishara, la ragazza americana che vive qui vicino, in un villaggio, con lo stesso stile degli africani, senza luce, senza acqua, senza soldi: se sei nato e vissuto qui, chi te lo fa fare di provare a cambiare la tua vita? Se sei nato e vissuto qui, hai visto almeno altre cento persone, che hanno fatto ciascuna cento tentativi, e per diecimila volte volte hanno fallito. Perche' non hai soldi, perche' hai altre dieci persone sulle spalle, perche' c'e' la siccita', o l'invasione di bruchi che ti divora tutto, o qualcuno che si ammala, o le galline che hai comprato muoiono perche' nessuno ti ha mai detto che devi farle vaccinare. Dentro di te hai aquisito la sicurezza che l'esito scontato e' la sconfitta. Perche allora devi provarci? Sai gia' come va a finire.

Questo pero' non era il caso di Ester. Il caso di Ester e' ancora piu' triste, perche' la disgrazia di Ester e' stata quella di essere una donna. Con una bambina a carico. Con un uomo che accetta di sposarti molto probabilmente perche' in condizioni simili non costi molto, qui il marito la deve pagare la moglie (Ci diceva un nostro conoscente molto orgoglioso, che sua moglie e' una maestra "E' molto difficile sposare una maestra, sapete? Costa nove mucche!"). Accetta di sposarti, ma lui e la sua famiglia, nel momento in cui ti ammali, non ritengono che valga la pena di spendere dei soldi per curarti, o semplicemente muoversi per portarti da chi si prendera' cura di te.
Che tu muoia o via, nell'economia di queste persone, di questi villaggi, non fa alcuna differenza. Qui la tua vita non e' affatto unica: sei uguale a tutti gli altri.

Sto leggendo un libro molto bello di Marja Gimbutas, archeologa, " Il linguaggio della Dea", sul mito e culto della Dea madre nell'Europa Neolitica. A margine del tema principale (splendido), mi ha colpito una notazione, sul ritrovamento di uno zufolo in osso intagliato, risalente approssimativamente a 18.000 anni prima di Cristo. 20.000 anni fa c'era qualcuno che zufolava : con una vertigine mi ha fatto pensare che non contiamo proprio un bel niente. Formichine una dietro l'altra.

Da noi tutti siamo diversi: c'e' chi ha investito per diventare un ingengnere, un primario, un ragioniere, un appassionato di filatelia, un ciclista con una bici da molti milioni, una professoressa, una chimica, una studiosa di maremoti, un attivista di Amnesty, un albergatore, un padre che deve pagare l'universita' ai suoi figli, un giocatore di borsa, un manager, un operaio specializzato, un appassionato alpinista, una biologa, una massofisioterapista. E se muore, muore un unico che e' satato coltivato, si e' coltivato per anni e decenni.
Qui la gente si limita a sopravvivere. Se muore Ester non cambia nulla. Se muore un ingegnere vanno persi anni e anni di investimenti e di aspettative. Chi aveva investito su Ester? Chi aveva aspettative su di lei? Qui solo la classe privilegiata fa progetti, investimenti: gli altri devono arrabattarsi per sopravvivere. E allora che qualcuno viva o muoia non fa alcuna differenza, perche' di Ester ce ne sono mille solo a Bomet, tutte uguali, analfabete, che tirano a sera.
Se muore un povero non fa impressione. Se muore un ricco molta.

Ricordo quando facevo roccia; il mio istruttore era un sigore bolognesissimo, diretto e senza peli sulla lingua. In un passaggio sulle dolomiti avevo sgagliato qualcosa, e mi stavo incastrando sempre piu' sulla parete, perche' avevo paura di cadere, e facevo tutto quello che nn si dieve fare (tipo tirarsi a forza di braccia, spalmarmi sulla parete, sprecare energie e fiato), fino al punto in cui hoproprio perso il controllo e ho cacciato un gran urlo dalla paura di cadere: "Tirami su, Gianni, ho paura!".
Il passagio era banale, lui mi ha tirato su, e mentre mi teneva per la corda, sporgendosi dall'alto mi ha risposto:"Ah soccia! Hai paura, eh, di morire? Ma allora vuol dire che sei ricca, se no non avresti mica tanto da perdere, sai?" .
Ester non aveva tanto da perdere? E chi la perdeva?

Ecco, purtroppo l'inizio del letterone e' stato segnato dalla morte di Ester; e' successo oggi, e quindi non potevo non parlarne.

Passiamo a cose piu' carine, che poi erano quelle che volevo raccontare.
In questo periodo stiamo organizzando parecchi corsi di formazione per i gruppi di donne. Si tratta di corsi brevi, massimo una settimana. La prima fase del lavoro ci ha portato in giro per quasi due mesi, a visitare i vari gruppi, nei diversi villaggi qua intorno. Si tratta di gruppi di donne che si mettono assieme, e cercano di mettere in piedi una qualche attivita' che le aiuti a migliorare le proprie condizioni di vita. Qui la tradizione dei gruppi di donne e' molto sentita, e tutte fanno parte
di un gruppo: si tratta di un forte senso della socialita', ma anche di un bisogno di mutuo aiuto, essendo che le scarissime risorse delle famiglie a volte non garantiscono neppure i bisogni primari.
Non per continuare con i miei frequenti discorsi al femminile, ma e' assodato che se la cultura lo permette, gli uomini danno sempre il peggio di se. Qualunque spiraglio in questo senso fa si che l'uomo comune, invece di nobilitarsi nelle difficolta, raggiunga scalini sempre piu' bassi, di vigliaccheria, inutilita' e indolenza. (il campo di battaglia e' aperto su questo tema). Non appena l'uomo puo' prevaricare con cialtroneria, accade: e' qui e' evidentissimo, anche all'occhio dell'osservatore distratto. Basta fare mezzoretta di macchina.
Si vedranno decine e decine di uomini di tutte le eta', fermi alla stazione di benzina (il centro piu' gettonato da tutti gli sfaccendati), o che inscenano baruffe alla fermata dei bus. Fuori dal centro di Bomet si vedra' qualche uomo in bicicletta, che trasporta due galli da vendere, o ragazzini dietro le mucche. Tutto il resto lungo la vostra strada sara': decine e decine di donne piegate sotto carichi di legna, a piedi, scalze: perche' trasportare la legna e' lavoro da donne.
Decine e decine di donne piegate sotto i bidoni dell'acqua, che trasportano (come la legna) con una fascia sulla fronte per reggerli appoggiati sulla schiena: perche' procurarsi l'acqua e' lavoro di donne.
Decine e decine di donne piegate sotto enormi sacchi di patate o mais, scalze, che li trasportano, le prime a vendere, il secondo a macinare, perche' l'agricoltura e' compito della donna.
Nei campi al lato della strada: donne piegate che zappano o raccolgono: e' compito delle donne.
Almeno la meta' della donne ha un bambino legato addosso con una fascia di stoffa.
Mi e' anche capitato di vedere una volta sotto la pioggia una coppia camminare lungo la strada: lui davanti, con scarpe e bastone. Lei dietro, con enorme sacco di mais sulla schiena e senza scarpe.
Aldo ieri ha visto: uomo che cammina tenendo la cornice leggera della porta, donna che lo segue sudata sotto la porta stessa!!

Quando organizziamo i corsi le donne sono felicissime di venire: ovviamente devono ottenere il permesso.
Una cosa che non capivo all'inizio delle nostre visite nei villaggi, era che programmavamo le visite ai gruppi di donne appunto, ma all'incontro, nella casa di uno dei membri, c'erano sopratutto uomini. Io in questi casi mi innervosisco facilmente, e all'inizio protestavo, perche' la capanna magari era piccola, ci entravano quasi tutti uomini, e oltretutto occupavano quasi tutte le panche o sgabelli presenti, quindi le donne se ne stavano in seconda fila o sedute per terra. A me la presenza di tuttiquegli uomini "inutili" mi indisponeva. Mi hanno pero' spiegato dopo le prime volte e le mie osservazioni che e' molto piu' importante che agli incontri coi gruppi di donne ci siano i mariti, perche' e' da loro poi che dovra' venire il permesso per lavorare con le mogli. Per cui sono i mariti a dover capire bene chi siamo, cosa facciamo, che non vogliamo sovvertire l'ordine famigliare, ma che vogliamo solo sostenere i piccoli progetti gia' esistenti con formazione ed eventuale prestito.
Per esempio, molti gruppi avevano pollai, con galline, che e' uno dei commerci della zona, ma spesso tutte le galline muoiono perche' le donne non sanno come si tengono le galline; oppure hanno una macina per il grano, ma non sanno dire se stanno avendo degli utili o se ci perdono; oppure producono mattoni, ma lontano dalla strada e nessuno lo sa e li compra; oppure risparmiano da anni, hano un certo gruzzoletto, ma non hanno la minima idea di che cosa farci; oppure sono riuscite a comprare un pezzo di terra, hanno costruito il negozio, ma non hanno i soldi ne la capacita' per fornirsi dei prodotti e cominciare a vendere.
I casi sono diversi, ma in comune c'e' sempre: grande unita' del gruppo, grande sacrificio delle donne, grande ignoranza nel campo in cui si vorrebbero cimentare, entusiasmo e voglia di imparare.
Non e' per continuare nel mio panegirico sulle donne, ma spessissimo ci siamo trovati di fronte donne che non ci chiedevano soldi, ma formazione "Guarda, non vogliamo soldi, vogliamo sapere come si fa il pane, i mattoni, si tiene la contabilita' di un negozio, trovare chi ci compra i vasi, come
si vaccinano le galline, visitare quel gruppo di donne che abbiamo saputo che ha aperto un negozio di ferramenta a Chebuniyo."
Quando ci chiedono i soldi spesso e' per incrementare la piccola cifra con la quale si sono organizzate autonomamente in un "Merry go round", letteralmente la felicita' che gira, o giostra: si tratta di una piccola somma che le donne hanno raccolto, e che mensilmente si passano prestandola a una del gruppo, che si impegna poi a restituirla, o che settimanalmente viene data a una donna a turno, perche' possa comprare qualcosa da vendere al mercato, tenersi il guadagno, e restituire la cifra a fine giornata.

Capita anche che, soprattutto i gruppi piu' vecchi abbiano risparmiato molto, e siano riuscite a costruire case che danno in affitto. Capita anche che il gruppo riesca a risparmiare una considerevole somma, si rivolga a qualcuno di citta (Bomet...) perche' le consigli sul da farsi, e abracadabra, la somma sparisca. Alcuni gruppi poi ci hanno richiesto cifre astronomiche per progetti
assolutamente sconsiderati, o cifre grosse, per progetti buoni, ma per le quali potrtebbero trovarsi in difficolta' a ripagare poi il prestito.
Per questo abbiamo organizzato brevi corsi un po' di tutti i tipi, pratici innanzitutto: come fare i mattoni, come tenere un pollaio, come tenere le mucche da latte e trattare il latte, come funziona un forno e si fanno pane e torte, come si fanno i focolari che consumano meno legna. Per questi ci siamo rivolti a organizzazioni specializzate, Ong keniane e straniere.
C'e stato poi bisogno per tutte di un corso generale, dal nome pomposo "Fare uno studio di fattibilita'" che significa femplicemente sedersi con le donne, e simulare, ripercorrendo per tappe ragionate, il giusto processo che deve affrontare il gruppo per valutare tute le variabili nella decisione se iniziare o meno l'attivita' o il business che ci e' venuto in mente. Questo l'abbiamo fatto proprio noi, con l'ausilio di materiali molto belli prodotti dall ILO (Internatioonal Labour Organization), ed e' stata un esperienza veramente coinvolgente.
Le classi erano di non piu' di 25-30 donne, due per ciascuno dei gruppi che avevamo visitato, scelte possibilmente tra quelle che sapessero leggere e scrivere, di modo che potessero poi trasmettere le cose imparate al gruppo.
Gia' questa ricuesta pero' si e' scontrata subito con la cultura locale, che tributa alle donne anziane del gruppo assoluto rispetto e precedenza: molti gruppi hanno mandato infatti una donna anziana (anche molto anziana!!) la saggia o quella da cui normalmente si chiede consiglio, accompagnata (per aderire alle nostre richieste) da una ragazza giovane, di un altra generazione non solo per eta', ma perche' istruita, e magari piu' sveglia della media. Il gruppo ha rispetto totale per le donne anziane, che magari parlano solo il dialetto locale e sono analfabete, ma che hanno sicuramente l'esperienza per valutare l'importasnza delle cose che si trattano, e il dovere di consigliare le giovani, che magari hanno abilita' nuove (leggere e scrivere), ma non esperienza.

Vedere queste donne anziane al corso era uno spettacolo. In genere donnine molto piccole, molto accudite e rispettate, anche se spesso assolutamente non in grado di seguire la giornata, o di capire di cosa si stesse parlando. Allora ogni tanto tutte le altra ridevano sotto i baffi, ma sempre in maniera molto affettuosa e divertita. Tutte in classe portano il classico fazzoletto africano legato sulla fronte, coloratissimo, e molte avevano con se i bambini piu' piccoli, attaccati alla tetta anche quando facevamo i conti alla lavagna (molte hanno voluto la foto ricordo mentre scrivono alla lavagna col bambino sulla schiena). Considerato che tutte vengono da villaggi, per loro una settimana del genere e' stato come per noi vincere un viaggio premio con corso gratis all'Universita' di New York: tutte erano esaltatissime, assolutamente concentrate e attente (in tutti i corsi hanno voluto eleggere una time-keeper, che bacchettasse il gruppo se arrivava tardi o perdeva tempo).
Qui per tradizione tutti parlano a voce bassissima, e all'inizio l'impressione che si ha e' che siano molto intimidite. Poi pero' basta pochissimo per rompere il ghiaccio e creare un'atmosfera vivace, dove tutte chiedono e intervengono sempre.
In uno dei corsi non sapevamo bene come scongelare la sala, e ci abbiamo provato con lo stupidissimo giochetto di fare uscire una donna dalla stanza, e metterci d’ accordo con le altre di imitarne tutti i gesti e parole al suo ritorno: e' stato un delirio, sono tutte impazzite, la malcapitata e' quasi scappata dallo spavento, non capiva cosa stesse succedendo, e tutte anno riso e pianto dal ridere per venti minuti abbracciando la poveretta che si e' anche dovuta togliere maglia e maglione dal ridere, per poi impazzire di nuovo tutte le volte che si raccontavano quello che era successo e si ripromettevano di fare quello scherzo anche nelle loro case.
Il corso e' stato un successo, inutile dirlo!

Nei corsi poi entra l'abitudine africana di cantare: in africa le donne cantano spesso, per esprimere gioia, ringraziamento, ma anche semplicemente per rialassarsi. Cosi' ogni ora le donne chiedono di fermarsi, si alzano ecantano ballando per qualche minuto, canzoni ridicole o religiose (mille e mille volte e' stato ringraziato Dio per il corso). Per cui l'atmosfera e' veramente allegra, piena e appagante.

Abbiamo organizzato anche alcune attivita' per aumentare l'autostima di queste donne: scopriamo i nostri talenti!! Si trattava di convincerle a turno a raccontare la cosa che sanno fare veramente bene, e della quale sono orgogliose. Beh: queste donne, che hanno una media di 5-7 figli, che lavorano nei campi, che genericamente non sono andate a scuola, che sgobbano come solo donne del terzo mondo possono fare, dopo le prime reticenze e timidezze si sono messe a raccontarci cose fantastiche: "io sono bravissima a recitare, e mi piace moltissimo fare la parte della dispettosa (e con tutte che ridono come matte)...io sono bravissima a cantare, e canto nel coro della mia chiesa...io so far girare tre palline in aria, e via coi gessetti e tutte che fanno il tifo......io 23 anni fa ho imparato ad andare in bicicletta e sono stata la prima nel mio villaggio (applausi di tutte, serissime, io tutt'ora non ho mai visto una donna in bicicletta), adesso pero' dopo 4 figli e il mio "Matako kubua" (il grande culo che mi ritrovo) non ci vado piu' (applausi e risate da cadere dalle sedie).....io faccio un chapati (piadina) buonissimo...io a scuola sono stata una bravissima responsabile della mensa". Non e' che queste donne facciano niente tutto il giorno, ma nessuna ha parlato di cose serie o pesanti.
In uno dei corsi, molte avevano gia' esposto le proprie abilita', e si era creata quell'atmosfera un po sul " beh, nessun altro ha niente da dire?", quando una donnina anziana, di quelle che non parlano che il loro dialetto e non sono mai state a scuola, ha preso la parola (era cosi' piccolina che seduta sulla sedia non toccava terra coi piedi) e ha detto: "Io da piccola ero bravissima a tenere le capre.
Mio padre mandava me e mio fratello perche' eravamo i piu' piccoli, ma io ero molto piu' brava di lui, e alla fine ha mandato solo me. Come me le capre non le teneva nessuno, ero molto orgogliosa di tenerle io". A 70 anni, dopo 10 figli, non deve essere stata lodata molto spesso nella sua vita.

Nei corsi, due i momenti clou: il viaggio di istruzione, e la consegna dei certificati.
Il viaggio di istruzione: qui se dici: "Il mais cresce meglio se ci metti la merda di mucca" non ci crede nessuno. Se invece si riesce a mostrare il mais senza concime e il mais col concime, allora la cosa e' provata. Quindi, la gita di istruzione e' un must!
Si tratta di trovare qulcuno che gia' faccia le cose che si sono affrontate nel corso, e andarlo a trovare. Quindi si affitta il classico camioncino da idraulico, ci si sale in trenta, una buon a fetta sta aggrappata fuori, e si canta tutto il viaggio: gia' questo di per se e' uno spettacolo.
I canti sono canti ritmati da un ritornello cantato da tutti a squarciagola, e le strofe cantate dalla solista-paroliera per l'occasione. Infatti qui i canti servono per raccontare cosa si e' fatto, esprimere le emozioni, ringraziare sempre e comunque Dio per la meravigliosa giornata. Allora vegono fuori cose tipo: " Siamo cosi' felici oggi perche' abbiamo imparato qualche cosa di nuovo, che Dio ci ha insegnato.....chiedo scusa alle mie galline per quello che gli ho fatto quando non sapevo come si tengono le galline, e mi dispiace di non potere chiedere scusa a quelle che sono gia' morte...io non ero nessuno, ma poi ho ricevuto una lettera indirizzata a me!!- non mi era mai successo nella mia vita- e adesso grazie a questo sono diventata qualcuno.....conosco uno che e' andato a studiare in giappone, ma e' tornato matto e adesso non si lava piu': a noi questo non e' successo, perche' in questo corso ci ha guidato Dio..." E cosi' via, l'apprezzamento per ogni strofa sottolineato dall'acutissimo e caratteristico grido acfricano che lanciano le donne quando sono felici.
Poi durante le visita concentrazione massima, domande, vivo interessamento verso chi ci ospita, e che sta facendo le cose di cui si e' discusso, te per tutti (l'ospitalita' e' sacra) solite torme di bambini impazziti, e di nuovo verso casa, sul camioncino che e' diventato un proiettile umano sotto tutta la gente in piu' che si attacca per capirite chi sono queste donne che sfrecciano ad alto volume e risate per le campagne.

Il momento dei certificati poi e' la conclusione: una sorta di diploma, con nome e firma del direttore del corso, che viene trionfalmente portato a casa e appeso nella capanna. Queste donne spesso non sono andate a scuola, o comunque non hanno alcun riconoscimento nella loro vita. Allora il certificato, e la foto del momento delle consegna sono una grande emozione: all'inizio non avevamo capito l'importanza della cosa, e al primo corso organizzato, senza certificati finali, abbiamo dovuto riconvocare tutte le donne per la consegna successiva, visto che alla ferale notizia si erano ammutolite e si chiedevano oramai perche' erano venute al corso.
Noi consegnamo i certificati, e loro consegnano i regali; allora c'e' la danza in cerchio, in cui la solista a turno canta strofe sulla settimana trascorsa, tutti si balla e urla, e una alla volta ci vengono a prendere per tirarci nel centro, e consegnare i regali, con una danza e un canto molto allegro e ritmato, utilizzato sempre quando si deve consegnare un regalo a qualcuno.
Cose ricevute: una zucca gigante (che ho lottato per tagliare col panga, il machete locale, e che per tradizione gli uomini non possono toccare) (perche' e' un lavoro faticoso suppongo); un kanga, il telo africano che serve da gonna, copricapo, sacca per trasporto, portabimbosullaschiena e pannolini, a seconda dell'occasione; una quantita' indefinita oramai di kalabash, la zucca oblunga svuotata, cosparsa di carbone all'interno che serve per trasportare il latte fermentato e affumicato, prelibatezza di qui; un gallo e due galline; tre tazze di latta; sacchi di cipolle, miglio, pannocchie, patate; una lancia; due rungu, il corto bastone masai, un arma micidiale, con un grosso nodo di legno sulla cima, che lo rende capace di uccidere un uomo, e che i masai usano per cacciare gazzelle lanciandolo da lontano (una cosa buffa: noi lo teniamo in macchina come arma di difesa, ma essendo veramente pericoloso, e' proibito girare col rungu in citta, sicche' a Nairobi non lo si vede.
Gli unici che ovviamente lo portano anche in citta' come se fossero nella savana sono i masai, che da rungu, lancia e dastone da pastore non si separano neanche sui matatu (bus) cittadini. Perche' chiedevo? Di tu ad un masai di lasciare il suo rungu, mi e' stato risposto. I masai sono guerrieri, e molto irascibili. A noi hano addirittura consigliato che se ci dovesse succedere qualcosa, tipo tamponamento in citta', cosa frequentissima, la cosa migliore e' di lasciare un masai di guardia alla
macchina, e al nostro ritorno ci sara' tutto).

Insomma, questo e' un po' uno spaccato di alcune delle attivita' del progetto, pensieri e particolari impressi nella retina.


Alla prossima,

Elena