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lunedì 29 marzo 2010

Senegal 9 - Maraichage (giardinaggio)




Un filo di magliette, pantaloni sbiaditi di detersivo e polvere, svolazzano stesi di traverso.

Lo vedo dalla finestrina azzurro brillante, e il dondolio tranquillo del vento mi ridà un respiro pacato, che si accorda col giorno ordinario di Pikine, dove mi trovo, nella periferia di Dakar. Anche se dire che Pikine è la periferia di Dakar, è come dire che è l'elefante a star attaccato alla pulce, e non viceversa.

Faccio la punta al rosa fucsia, secondo l'indicazione meticolosa di Lorette; appoggio i gomiti sullo scaffale, vicino all'astuccio pieno di matite colorate, tutte con la punta perfetta; guardo i panni saggiamente pigri, l'ancheggiare accaldato nel vicolo sabbioso, tempero con diligenza. Sono sul tetto del Village Pilote, casa di accoglienza temporanea per Talibè e bimbi di strada qui a Dakar. Nello stanzino magico. Due metri per tre, sedici bambini seduti a banchetti o di traverso su vecchie sedie di ferro, l'azzurro del telaio della finestra e i panni stesi. Loro, i ragazzi, sono caldi e intensi; Lorette - che segue dall'alfabetisation al lavaggio dei pentoloni - un tritasassi. Tiene in pugno, veemente e possibilista, una truppa scelta, rifiuti rimartellati in forma di persone, raccolti col colabrodo.
Quello di Baffodé e della sua unità di strada.



Tre volte alla settimana Baffodè, responsabile dell'Equipe Mobile, esce carico di colori, medicine, pallone, sorriso solido e tempo; cerca i bimbi e i ragazzini scappati dalle Daraa, le scuole coraniche. Perchè a Dakar la gran maggioranza di bimbi di strada sono Talibè, i "discepoli" di sedicenti Marabù: malnutriti, malvestiti, con la scelta di ripresentarsi a sera senza i soldi dovuti o scappare da qualche altra parte, tanto cosa ci perdo? Ragionamento semplice anche per un bimbo. Baffodè scarica colori, medicine, si siede, chiacchiera, ascolta. Dopo qualche volta invita. Non porta nessuno: i ragazzi arrivano da soli, deve essere una scelta, anche piccola. Per questo il cancello che doveva essere blu, al Village Pilote è sempre solo accostato.



Malik dovrebbe avere sui 14 anni. e' scappato più volte, sia dal centro che dalle varie Daraa; ha un occhio tutto slabbrato, gli hanno inciso un rigonfiamento che ora viene curato con antibiotici, ma lui si gratta sempre, allora Lorette lo stritola con lo sguardo. Ha l'aria spavalda.
Oumou è zitto, è arrivato ieri, in vigile osservazione: è stato poco sulla strada , disegna un villaggio pieno di colori. Quasi tutti vengono da zone rurali, molti sono comprati in Guinea Bissau e venduti a marabù senegalesi, verso Dakar è un vero traffico.

Djuldé Ba potrebbe avere sei anni, mi tiene la mano e facciamo assieme esercizi di grafismo. Tondo, linea, barretta; uguale ad Elia anche nella nuca, e per fortuna che dalla finestrina vedo la normalità dei panni stesi, così mi srotolo anche io, perchè la tendenza è a riarrotolarsi come una molla.

Fallou ha l'occhio malandrino come il mio Franceschino. Sa solo che viene dalla Casamance, una regione molto lontana del Senegal, a sud, e che vuol tornare da sua mamma. E' più piccolo di Djuldé Ba, ma in media la classe dei cadetti della debacle globale avrà sui 10-12 anni.
Matar disegna in cortile, una capanna con la doccia dentro (improbabile, ma alle spalle ha le docce del centro dove vive da parecchio), e un bimbo fuori dalla capanna che sniffa la colla. Qui non è evidente come a Nairobi, in un paese musulmano tutto è nascosto, ma l'uso di colla e solventi per lo sballo è costante, come la violenza di ogni tipo sui bimbi e tra i bimbi stessi che vivono sulla strada.

Mamadou è cresciuto figlio di mendicanti su un marciapiede, una rotonda, li vedo in giro questi asili straccioni, di bimbi nudi affidati ad una vecchia sotto l'albero di qualche incrocio, mentre i genitori mendicano o chissà. Poi i genitori appunto chissà, la vecchia l'ha portato in Gendarmerie, lei che se ne fa all'incrocio? E' solo un peso per chiunque, ma lui ha un obiettivo chiaro. Vuole da me un disegno di una macchina color fucsia.
Omar passa di corsa, prende un libro e scappa fuori. E' al centro da due anni, non conosco la sua storia, è scivolato fuori da chissà quale ingranaggio, e ora sta qui. In una situazione così per un centro di transito temporaneo è difficile rimanere tale.
Baffodé mi parlava invece di Aliou, che incontra da un po' della prigione minorile dove una volta settimana entra con la sua Equipe mobile. C'e' la possibilità che i ragazzi siano affidati al Village Pilote; ma Aliù, non si fida, dice Baffodé. "Il est toujour là, libre et in prison".

I ragazzi che si trovano al Village Pilote dovrebbero appoggiarsi solo qualche mese: il tempo di ritrovare la famiglia, il marabù, qualche parente, organizzare il rimpatrio, o la mediazione con la famiglia al villaggio. Durante questo tempo gli operatori, presenti giorno e notte, stabiliscono una relazione di fiducia, cercano di riannodare i fili, quelli che si riescono ad afferrare, quelli che possono reggere. E' diverso dal Kenya, per esempio, dove proliferano le case di accoglienza diciamo "definitive", nelle quali il ragazzo può crescere. Qui si cerca ostinatamente di rammendare e rammendare il tessuto sociale. Forse è l'Islam, forse è la tradizione più forte. L'intento è quello di rimettere questi ragazzi nella sacca dalla quale sono caduti, per quanto bucata e strappata sia.


"Project de retour"
: il ragazzo quando è pronto lo esprime, e assieme si cerca la via. Leggo sulla scheda di Matar: "Project de Retour: Je vais apprendre le francais et je veux divenir grand commercant ou menousiere". Papà: deceduto. Mamma: risposata. Almeno due anni trascorsi sulla strada".
"Project de retour" di Mor, meno di sei anni, scappato da una Daara. "Je veux rentrer chez ma mamà a Dakar, mais je ne connais pas labà" (cioè non so dire dove sia) .Come Hansel e Gretel, solo che gli uccellini hanno mangiato le molliche di pane. Pare che parli spesso di Gwedawaye, altro grande quartiere periferico. Si comincerà da questa indicazione. Intando Baffodè ride e fanno delle foto buffe, le porterà nel quartiere. Per ritrovare il problema iniziale, ovverossia: può tornare da chi non ha potuto far altro che regalarlo ad un Marabù?
Il colabrodo a me sembra che non abbia neppure i manici...


Ma eravamo in classe, sul tetto: Mor, il piccolino sa molte più parole in francese degli altri. Alla gara di indovinelli è lui che ne indovina molti, e fa vincere la squadra. Boato dei mondiali, belli i panni che svolazzano, Lorette procede, locomotva di ghisa inarrestabile. Insegna la sottrazione ad uno, grafismo ad un altro, ciascuno ha il suo quaderno, ordinato, disegni da colorare ai più piccoli, differenza tra -e-f-l-b ai grandi. E il gioco: dangereux, pas dangereux.
Toccare i fili elettrici?
Giocare in strada?
Toccare l'acqua bollente? (questo suscita discussioni, non capisco)
Mangiare il pezzo di pane del padre senza chiederlo? (tutti daccordo, dangereux)
Molte domande lasciano perplessi, i ragazzi si infervorano.

Sono solo metà dei 27 ospiti attuali, gli altri sono al maraichage, la cura dell'orto a circa 20 minuti a piedi nel quartiere vivace. E' tutta una questione di colabrodi, quindi va bene trovarsi con un innaffiatoio in mano.
Sono grandi, di metallo, e la mattina, prima delle otto, col fresco, metà bimbi partono, ciascuno col suo. Giù dallo scaffale del cortile, spinta al cancello solo socchiuso, e così, silenziosi col sole già bello e di traverso sui visi, verso il maraichage. Venti minuti attraverso la vita colorata e le puzze di Pikine (no fogne, buona coabitazione - nella stagione secca - di persone, montoni, cavalli taxi e pulmini fatiscenti, ma non nei colori), bubù colorati, fianchi fasciati e sensuali, venditori ambulanti e nobili sarti. Si arriva alla zona semiumida degli orti, dove se scavi trovi acqua dolce. I ragazzi innaffiano, poi tornano. Alcuni ne approfittano per scappare, altri per tessere tele colorate, quelle belle che vedi dappertutto qui, fili lunghi tra i tetti e le persone.

Mi chiedo il senso, e fatico a capire , anche se la freschezza e il ristoro sono innegabili. Forse è solo questo, prendere un respiro e pulire le lenti dalla sabbia, per riprendere la strada. Io non vedo un futuro. O forse il futuro è un vizio...qui del resto dicono che non esiste.


Cheik Dabo è un bel vecchio, in bubù blu, ancora imponente, nel fisico, nello sguardo e nel portamento. E' un artista conosciuto, studioso e calligrafo del Corano. Mi spiega che no, adesso non posso rientrare, è l'ora della preghiera, e mi porta sul tetto: è venerdì, e le strade sono ricoperte di fedeli che pregano, i taxi non girano, tutto il campo di calcio sabbioso, lo spazio tra le case, è coperto di uomini (solo uomini, grande maschio Allah!) che pregano, centinaia, coriandoli vivissimi. Le donne continuano a stendere, cucinare, pestare, afferrare bimbi, bacchettare montoni, trasportare pesi, svuotare catini, ridere, masticare bastoncini. Allora scendiamo in cortile, e si mangia tutti assieme, operatori e bimbi, accucciati attorno al grande piatto di metallo posato sul tappetino per terra. Attorno a quello dove sto io sono schierati dodici cucchiai impazienti, ventiquattro occhi contenti, circa trecentosessanta denti che scaldano i motori. Tutti attorno al Tiebudienne, buonissimo piatto senegalese, che su di me ha un effetto saziante di 24 ore circa, mi sa sia un po' duro da digerire.


Riso speziato, pesce e lettere arabe che mi colano intorno, come da un grande innaffiatoio. Cheik Dabo mi spiega che l'Islam non giustifica lo sfruttamento dei bimbi; che lui è stimato dai marabù, ha fatto corsi di calligrafia presso molte Daara; che solo a Pikine le Daara sono svariate centinaia, delle quali poco più di duecento sono federate nell'"Association de Daara". E che quelli che rimangono fuori spesso più che Marabutti sono fa-rabutti, che giocano sull'ignoranza e sulla povertà della gente. Lui va da tutti a parlare. lo fa perchè non vuol più vedere i bimbi in strada: "Siccome io non voglio più vedere i bimbi in strada vado a parlare con tutti i Marabù". E' semplice e risoluto come la sabbia che cola. Come Franceschino sulla spiaggia, quando cerca di trasportare la sabbia con quel suo setaccio giallo. Li vedo appaiati, Franky e Cheik Dabo, tutti e due con questi colabrodi in mano.


In realtà il suo lavoro è molto articolato; va singolarmente da ogni marabù, ma grazie al contatto con l'associazione, sta cercando con loro di definire le priorità di lavoro con le Daara "moderne", quelle per dirla all'occidentale , nelle quali si cercano di rispettare i diritti dei bambini . All'incontro fissato da lui con i dodici rappresentanti dell'associazione (al quale ha partecipato anche un rappresentante dell'OIM - International Organisation for Migration) si è discusso molto. I marabù hanno accettato il suo ruolo, e l'idea di fare un "Centre de Documentation sur les Daara", nel tentativo di definire la problematica dei Talibè, e le priorità di lavoro congiunto che possono darsi i marabù più "onesti" per contrastare il fenomeno.


Dabo diceva cancellare il fenomeno, a me viene da dire contrastare.
Il contrario di quando io dico, al presente: "Grazie, davvero, ci vediamo domani"
e loro mi rispondono: "Inshallah", se Dio lo vuole.


Bafodé tre volte alla settimana setaccia i quartieri coi suoi operatori.
Mi è chiaro che in mano hanno un colino. E che fa? Non fare è meglio?
Qual'è la soluzione?
Non c'è.


E quindi?
La nuca di Djulde Ba. E il presente, lo dice la parola, è un regalo.

martedì 24 novembre 2009

FILMINI DI FAMIGLIA (5)

Senegal 5 - Ile au Serpent

Si tratta di un isoletta vulcanica, parco naturale di fronte a Dakar.
disabitata poichè abitata da un jinn malefico...guai dormirci la notte!!!
Bella e ventosa, ecosistema naturale per particolari specie di uccelli
e di baobab (che crescono in orizzontale sul terreno).
A volte ci passiamo il sabato o la domenica


sabato 10 ottobre 2009

FILMINI DI FAMIGLIA (4)

Senegal 4 - Weekend di giugno a Gorè

Ecco la principale delle isole che stanno di fronte a Dakar: è Gorè,
un luogo fuori dal tempo, rimasta ferma alle sue memorie passate,
quelle più antiche e dolorose (dall'isola partivano le navi negriere piene di
schiavi per le americhe) a quelle più recenti, sospese in luogo dolce,
senza macchine, dove in mezzo alle vecchie costruzioni coloniali
e alle stradine di sabbia, si apre il campetto da calcio con un baobab al centro,
e abitano vecchie dame, giovani incantatrici, pescatori e artisti in bubù colorati...


giovedì 10 settembre 2009

Senegal 8 - Renaissance Africaine



Il caldo della stagione delle piogge cuoce la testa, ammuffisce scarpe e borse nell’armadio, e di notte tiene svegli…

"Poooooop corn!!!! Poooop corn!!!!
- Tutto bene? Sei sveglio?
- Si, senti anche tu i pop corn?
- Eh?
- Senti? : poop corn...
- Aldo, è il Muezzin...
(dialogo realmente avvenuto verso le due di notte, lessi dal caldo, fradici di sudore)

Con questo caldo si fatica a far funzionare il cervello, più del solito; per lo meno a non esserci abituati. Settimane di incubo personale, peggiorate dalla posizione di Aldo, fautore del: “Non abbiamo bisogno dell’aria condzionata” “No, tu che stai nove ore in ufficio a 15 gradi no di certo, noi a casa con 45 un pochetto”; “No, non serve, sono solo poche settimane; poi tanto non c’e’ mai la corrente”.

E su questo effettivamente ha ragione. Durante la stagione delle piogge la corrente non c’e’ quasi mai, quindi voler l’aria condizionata significa comprare anche un generatore, che va a gasolio…che a parte la spesa assurda (diverse migliaia di euro) sinceramente mette proprio la ciliegina sulla torta del perfetto colonialista moderno, impassibile rispetto all’impoverimento delle risorse del pianeta e tutto proteso ad ottimizzare il comfort del proprio soggiorno “in the field”.


Dakar nella stagione delle piogge è sempre allagata; il nostro quartiere “bene” solo in alcuni punti. Ma le banlieu sono costantemente sott’acqua: baracche e case piantate in un impasto di sabbia, fango e fogne che straripano. E’ un problema annoso, e il presidente Wade l’ha risolto - dopo le elezioni amministrative nelle quali ha perso in tutti i mandamenti – trasferendo alle comunità locali la competenza relativa. Traduzione: il governo vi da (meglio: promette) i milioni di Franchi SEFA necessari alla “bonifica” se lo votate. Ma visto che non lo avete votato, la bonifica ve la fate da soli, con le casse (inesistenti) delle Comunità Locali.

Esito: stiamo in una Venezia ben poco romantica.

Anzi, questo stiamo è ben poco sincero: stanno…

Questa la foto di un amico di Dakar (Roberto Sias) parla da sola: come le altre, sempre sue, a questo link:

http://www.fotocommunity.it/pc/pc/pcat/487837/display/18641895


Meglio di tutti sta il baobab del soggiorno: io temevo che in casa soffrisse, pianta semi-eterna abituata al sole cocente della brousse. In realtà nella pentola a pressione nella quale si è trasformata la grande sala, il baobab non solo non ha sofferto, ma ha buttato tutta una nuova capigliatura, tenerina e verde: Elia e Francesco l’hanno decorato con alcuni insetti colorati che trovano nelle merendine (roba di plastica coreana- come la merendina stessa); e tanti tanti millepiedi sono nati dalle sue radici:

“Mamma guarda, un millepiedi!”

“Uh, che bello, tutto giallo e blu, mettiamolo nello scatolino dello yogurt, con una fogliolina, ecco là!”

“Mamma guarda, un altro, è quasi in corridoio!”

“Ma pensa, che carino…”

“Elena, c’e’ un millepiedi davanti al frigo! L’hanno portato i gatti?”

“Mah… oh, quanti millepiedi…dappertutto!…ma da dove vengono? Uh, tutti dal baobab!”

In tre Aldo, Mamadù e il giardiniere l’hanno trascinato fuori, dove abbiamo deciso di lasciarlo qualche giorno, per permettere che si completi la migrazione dei millepiedi, e anche perché la schiena di Aldo deve prepararsi allo sforzo del rientro in soggiorno.



I taxi di Dakar sono gialli, come i millepiedi del baobab. Ce ne sono tantissimi: per dare un idea - come gli scooter in italia: del resto, con i trasporti comuni affidati agli Alhamdulillah (non si chiamano così, ma c’e’ la grande scritta davanti) vecchi camioncini traballanti, ammaccati, coloratissimi e con la gente appesa per di fuori); e considerato che la popolazione che può permettersi una macchina propria è ancora un elite; allora il giallo taxi è il colore che prevale nelle strade di Dakar.

Noi li prendiamo spessissimo, e oramai anche i bimbi nei loro giochi ci hanno messo che fanno il taxista a turno, e si trasportano in casa con la Ferrari a pedali di Francesco e il triciclo cinese a due posti, un mai più senza delle nostre giornate familiari.


I taxi sono di varie categorie che si combinano in più modi:

quelli nuovi,

quelli vecchi,

quelli distrutti che non puoi crederci che camminino ancora;

quelli che sembrano distrutti e invece sono solo vecchi, e ti stupiscono piacevolmente e ridanno fiducia nel futuro;

quelli che sembrano nuovi e invece sono distrutti,

quelli che camminano benissimo, ma sembrano distrutti, bruciati, accartocciati e poi rimartellati in forma di taxi;

quelli che li senti da lontano (con le orecchie o con il naso)

della maggior pare è impossibile dire marca e modello della macchina.

Ma i fini di mamma coi bimbi che li usa di continuo, e che abbassa gli standard in relazione alle necessità contingenti, allora la categoria principale è: scarica dentro o non scarica dentro. Oramai anche Francesco quando ci sediamo dietro uno di quelli che per non so quale problema invece di scaricare dal tubo di scappamento scarica nell’abitacolo, dice subito molto contrariato “Ecco. Scarica dentro!”.

I taxi, soprattutto i più rotti, sono dei marabù, che li fanno guidare da talibè cresciuti, continuando così lo sfruttamento (il sostegno?) anche in età adulta. I trasporti sono in mano ai marabù, anche i transport communes, i piccoli pulmini più scassati; e appesi dietro ci sono sempre i talibè, che riscuotono il biglietto (non c’e’ un prezzo fisso, costano un niente variabile).


In taxi coi bimbi si aprono universi comunicativi con una delle categorie più maschiliste ed indisponenti del globo: il taxista integralista senegalese. Da quelli che dopo averti caricato si fermano per pisciare o si fanno la barba mentre guidano (qui senza fermarsi per niente); a quelli che sputano e lo sputo rientra dal finestrino dietro dove stiamo noi; a quelli più gentili, che ci offrono la mela che stanno mangiando a morsi e ci impressionano con sorpassi di carri/cavalli/pulmini in quadrupla fila mentre io prego Dio ed Elia e Francesco incitano la diligenza impazzita. Si carica spesso altra gente, o casse di pesce, che vengono rovesciate senza particolari preoccupazioni nel baule dietro (si, letteralmente qualcuno rovescia casse di grossi pesci direttamente nel baule dell’auto – e ti chiedi il perché allora dell’arbre magique davanti)


Spesso: non ci sono finestrini, la portiera è vuota dentro, ovverosia è lamiera grezza con filo di ferro per aprire; se c’e’ il finestrino la maniglia è una per quattro porte, quindi l’autista la fornisce su richiesta, staccandola dalla sua portiera; il sedile dietro è una coperta su sembrerebbe dei cartoni;

“Messieur, il y a beaucoup du fum ici!” “Oui, ce ne’est pas grave!”


Per portare a casa il baobab Aldo si è subito reso conto che in un taxi non ci stava (eh, furbo!), e quindi baobab terra e vaso gigante sono stati caricati su uno dei tanti carretti col cavallo, abituati a trasportare carbone o mattoni. I cavalli sono sempre spelacchiati, parcheggiati vicino a pile di pneumatici; addirittura da mesi c’e’ la carcassa di uno morto non lontano da casa: è diventato una mummia incartapecorita, odore di morte a diverse decine di metri – in Africa capita di sentire odore di cadaveri, per ora fortunatamente noi solo di animali.


E il carretto, issato il baobab, è poi partito, lentissimo verso casa. Per non intasare la Rue de Ouakam, trafficata strada principale, ha imboccato la via delle Mamelles, le due collinette di Dakar. Dopo parecchio di baobab, carretto e carrettieri, nessuna traccia:

“Ho perso un baobab”

“Aldo, fa caldo, cosa stai dicendo?”

“Si, andava su per le mamelles, col cavallo, non si sono più visti. Non so più dov’è il baobab che ti avevo comprato”

“Aldo, penso sia giunto il momento di comprare l’aria condizionata. Tu ne risenti anche se non vuoi ammetterlo”

“Adesso prendo lo scooter e li inseguo”

“Ma chi?”

“Il baobab! E’ il tuo anello di fidanzamento!

“Devi inseguire in scooter un baobab su un cavallo che ti ha rubato l’anello di fidanzamento – che tra parentesi sono tredici anni che mi devi dare? Hai finito le scuse?”

“No, il baobab E’ il tuo anello. Vado e te lo riporto: ci sposiamo!!!!”

E’ così che Aldo mi ha fatto la sua proposta di matrimonio qui a Dakar, all’inizio della stagione delle piogge 2009.



Ma per tornare al Paese che ci ospita, ora inondato nelle città e torrido ovunque, e per rendervi partecipi di un compagno fisso delle giornate Dakaroises, e delle chiacchiere di tutti, taxisti compresi, ecco in fotografia la statua della “Renaissance Africane”: il simbolo della Grandeur e dell’ascesa di un paese la cui economia e tessuto sociale si è sbrindellato nell’ultimo decennio. Almeno 150 mt di statua colossale in bronzo che è impossibile non vedere in qualunque punto ci si trovi di Dakar.


Noi per diversi mesi coi bimbi l’abbiamo chiamata “le gambe”, perché chiaramente l’hanno cominciata a costruire dal basso, e quindi per un gran pezzo l’unica cosa che si vedeva erano queste colossali gambone piantate sulla cima di una delle due Mamelles (quelle dove si è perso il baobab), le uniche due colline di un paesaggio piattissimo fino all’orizzonte, e che spuntano proprio sul promontorio di Dakar. Su di una c’e’ l’antico faro di metà ‘800, e l’altra era sempre rimasta rispettosamente libera. La megalomania del presidente in carica ha quindi voluto che proprio su questo simbolo del paese e della città sorgesse il monumento che vedete in foto, degno dei migliori deliri del socialismo reale di Ceausescu, costruito dai coreani, costato la bellezza di 12 miliardi di franchi, oggetto e fine di una svergognata speculazione. Il compenso è stato pagato in terre edificabili, del valore almeno 3 volte superiore, a personaggi dell’entourage presidenziale (per un giro di affari di almeno 50 milioni di euro – poco da ridere noi italiani col ponte di Messina).

Si potrà salire sulla cima e ammirare il panorama dalla testa dell’uomo, ci saranno centro congressi, ristoranti, ececc: i guadagni andranno al 35% al presidente direttamente (che se li è avocati poiché ha avuto lui l’idea – questa la ragione ufficiale), il resto sarà gestito da un ente autonomo presieduto da suo figlio (evviva).


Ho preso la foto quando ancora mancava la testa: mi sembrava molto simbolico della situazione dell’Africa, o del mondo in genere: spendere montagne di soldi insensatamente quando ci sarebbero drammatiche necessità. Ora la testa c’e’, ma per effetto del locale panoramico situato proprio in cima, diciamo nel cappellino, l’impressione non cambia. Trattasi di testa vuota.

lunedì 15 giugno 2009

venerdì 15 maggio 2009

mercoledì 29 aprile 2009

Senegal 7 - Modou-Lò!!



E infatti siiii!!!! Sblocco totale!!!!
Allo stadio ci siamo stati davvero: al grande Stadio Demba Diop, per Modou-Lò “Le Roc” contro Issa Pouye “Le Caiman de Thiaroye sur Mer”, ovverossia Ercole contro Polifemo, ovverossia un mitico incontro di lotta senegalese. Adesso io sono una super fan di Modou-Lò/ Le Roc de Rock Energy che ha vinto contro il Caimano, e compro sempre “L’AMB, le quotidien des Arènes Sénégalaises” , l'equivalente in Senegal della Gazzetta dello Sport nei periodi caldi di campionato.
Come spiegarvi il grandioso spettacolo della lotta senegalese, e dei senegalesi allo stadio per vedere la lotta senegalese, e dei toubab italiani allo stadio per vedere la lotta senegalese e i senegalesi che guardano la lotta senegalese?
Il mondo è complicato, e anche questo lo è. Ma bellissimo!!

Innanzitutto le cose più ovvie: i lottatori sono dei giganti, che si sfidano a buttarsi a terra, tipo lotta greco romana, ma nella quale sono ammessi anche i pugni; questo per esigenze di business, perchè l'antica lotta senegalese non prevedeva i pugni. Siccome però gli incontri andavano avanti delle ore, o delle notti intere, allora hanno pensato che si vendeva meglio se la si faceva finita un po' prima. Quindi ok ai pugni, e adesso gli incontri durano anche solo pochi secondi (che se ti tira un cartone un toro di 120 kili che vuole vincere non è che si vada avanti di lungo). Quello che abbiamo visto noi è durato 2 minuti e 35, e la gente era davvero arrabbiata che cincischiassero in questo modo. Incontri famosi sono durati 18 secondi.

Della lotta senegalese sono state fatte bellissime foto: in particolar modo Beatrice Jourdan, ungherese che vive a Dakar ne ha fatte di splendide a questo indirizzo:
http://www.flickr.com/photos/lilion/sets/72157614846704104/show/.
Dovete assolutamente vederle.

Devo dire che mi è presa una grande passione... Aldo di questo si arrabbia un po', forse ha ragione, ma mi colpisce l'intensità con cui tutti qui, i lottatori e la gente, vivono questo sport (lui dice tutte balle che mi vede gli occhi fuori dalle orbite quando guardo le foto dei tipi in ciripà...).

La lotta senegalese è uno sport in senso stretto solo nell'aspetto più esteriore (due enormi giganti super palestrati che si sfidano a mani nude in un arena di sabbia); poichè è una grande disciplina globale, che affianca nella stessa misura allenamento fisico e preghiera (qui Aldo alza gli occhi al cielo, mi dice di vergognarmi e se ne va).

Perchè i lottatori sono tutti coperti di gri-gri, ovverossia amuleti e talismani di vario tipo, che vengono preparati dal marabù della squadra (decisamente più importante dell'allenatore), e che segue la preparazione spirituale dell'atleta: nella lotta l'atleta non sfida l'avversario, ma il proprio spirito. E questo aspetto, quando le lotte durano ore sotto i baobab e il sole dei villaggi, diventa uno zen da fare proprio e interiorizzare. Allo stadio rimane un grande spettacolo collettivo, che si concretizza nel fatto che si sta sugli spalti 3 ore per un incontro di meno di un minuto, poichè si seguono tutti i preparativi rituali e "magici" che precedono la lotta, come si seguirebbero i rigori ad una partita dei mondiali. Ed è questo l'aspetto più incredibile dello spettacolo, anche di quello modernizzato e super pagato negli stadi.



A Dakar tutti i ragazzi delle periferie sognano di diventare lottatori, come da noi i ragazzini di Napoli sognavano di diventare Maradona. Questo significa che: tutte le spiagge della città sono delle gigantesche ed affollatissime polisportive, dove tutti i giorni si allenano centinaia e centinaia di ragazzi e uomini, super atletici e salutisti. E per ricaduta che portare i bambini in spiaggia dopo la scuola è f-a-v-o-l-o-s-o, e che Aldo oramai minaccia il divorzio (qui il tipico senegalese è atletico comunque, figurarsi poi quelli che fanno sport seriamente...ehehehehehe, per tutte le mamme e le amiche in ascolto).
Ma i lottatori sono anche, in maniera forse poco comprensibile per noi, dei modelli da seguire non solo dal punto di vista fisico, ma anche religioso e spirituale: perchè non è il lottatore che vince, ma Dio che indica che è colui che si merita di vincere.
Lunedì ho comprato il giornale come ogni brava fan della lotta e mi ha lasciato allibita il tenore dell'intervista al mio mito vincitore Modou-Lò, che fondamentalmente parlava solo di Dio, e di come lui si rimetta completamente alla sua volontà. Lui si allena 12 ore al giorno, sicuramente prende anche degli anabolizzanti per essere quello che è a 22 anni, ma è Dio che lo guida, lo premia e lo punisce (ma questo poco, perché siamo a quattordici incontri consecutivi vinti).

Modou-Lò è un vicino di casa di Eva, abita a Parcelles (altro quartiere periferico e molto popolare di Dakar, fucina di lottatori), e si allena anche nella stesso club dove Franceschino va al nido...pare strano ma è un complesso polivalente, ecco, mettiamola cosi. Eva mi ha detto che un giorno gli ha presentato Franceschino, che con la sua faccia di tolla, per niente preoccupato, alla richiesta di salutarlo ha detto "NO!": sarà un toro anche Franceschinooooo!!! Io pure l'ho incontrato, e devo dire che senza preavviso mi ha fatto paura: il colosso di Rodi col sorriso. Io a sua richiesta lo avrei salutato senza batter ciglio.

Dopo vari racconti di Eva e di Mamadù, il guardiano bambara di casa nostra, che si gloria di aver fatto parte nel 2004 della squadra di supporto tifo-musica-animazione di Mohammed Ndao “Tison”, il lottatore più amato da sempre in Senegal, un istituzione mai superata (diciamo tipo Pelè, o Dino Zoff), un giorno Eva, dall'alto anche lei dei suoi 120 kg ha sentenziato, a gambe larghe nel soggiorno e con poche parole "Il 26 c'e un incontro importante allo stadio: ci dovete andare".
Noi non aspettavamo altro, e comunque ciò che dice Eva noi lo facciamo sempre (mai discutere con uno più grosso di te). Quindi è scattata la corsa ai biglietti: che poi corsa non è, perchè quà correre non si corre. Do i soldi a Mamadù, conveniamo che anche lui venga con noi (giusto per non farci travolgere, derubare, pestare o ingannare dei primi 10 secondi dell'uscita) e per qualche giorno rimane seduto sul marciapiede. “Ma mi avevi detto che è difficile, che bisogna fare code, che si deve andare a Libertè 2 (il quartiere dello stadio), che forse conosci l’amico dell’amico dell’amico…”; Mamadù impassibile mi diceva sempre che bisognava aspettare la radio (?); poi quando noi davamo la cosa per persa (sabato sera), domenica mattina i tre biglietti sono apparsi!

Si va, si va, si va!!!!!! Ottimo a che ora inizia? Non esiste l’ora di inizio, uno va diciamo indicativamente dopo la preghiera del mezzogiorno, e poi entro il tramonto si vede l’incontro. Noi optiamo quindi per partire da casa alle 15.30. Eva arriva puntuale per tenerci i bambini alle 16.30, lenta sulla strada col legnetto in bocca (“Ma perché non rispondevi al cellulare?!” “Perché sono già arrivata”), io già convinta di essermi persa il grosso della kermesse. Ma lei abita di fianco a Modu Lo, quindi ha partecipato credo all’organizzazione dell’addobbo con bandiere della “contrada” . Finalmente si parte, Mamadù è solenne, siede davanti nel taxi e ci tratta come un papà coi bambini. A me va bene: il casino è bello grosso e senegalese!!!!!!! Napoli con sabbia e montoni all’ultima di campionato, camion che scaricano tifosi appesi in 180, con tamburi, sonagli, magliette da tifosi (se sei un vero tifoso te la regala Modou-Lò, come Tison ha fatto con Mamadù, che ogni tanto la mostra come una reliquia a Francesco, suo figlio putativo).

Entrare allo stadio è come credo entrare in tutti gli stadi, ma molto più incasinato; 5.000 franchi posti all’ombra, 1.000 franchi quelli al sole. Gli ultras stanno tutti al sole, noi all’ombra, di fronte (veramente l’ombra arriva un ora dopo, dovrebbero essere posti coperti, ma della copertura c’e’ solo l’impalcatura rovente al sole), stadio fitto di ogni tipo di Senegalese – quasi tutti uomini, giovani e vecchi, che masticano legnetti, sgranocchiano arachidi, e bevono succhi locali, che vengono venduti in sacchetti di plastica lanciati da almeno 20 mt di distanza dai venditori che si fanno largo tra la folla. C’e’ un buon profumo di Caffè Touba, il caffè insaporito col jarr, una spezia aromatica e leggermente pepata, e il clima è caldo in tutti i sensi. Quindi troviamo posto, e ci prepariamo all’inizio, perché chiaramente non è ancora iniziato, si sta tutti aspettando, mi pare evidente.
Nel campo il mondo: al centro l’arena di sabbia coi sacchi di riso (per i lottatori che intrattengono prima del combattimento principale), e gente che gira in lungo in largo, gruppi che suonano, polizia ed esercito con i fucili (mmmm, mica bello a vedersi…), gruppi di omoni in tuta che trasportano tonnellate di grossi bottiglioni e sacchi da un lato all’altro del campo, altri gruppi che ogni tanto si mettono a ballare, uno speaker che dice chissà cosa, nella confusione sovrana, e a me sembra che ci sia tanta gente nel campo quanta sugli spalti (per altro lo stadio è pienissimo). Nell’attesa dell’inizio anche io compro arachidi, e sgranocchio, chiacchieriamo con Mamadù, mi rendo conto che siamo letteralmente circondati dai fans di Modou-Lò (tendenzialmente circa della sua taglia - quindi la decisione di tifare per lui è confermata) magliette, quadri, ogni tanto qualcuno urla e scattano delle risse anche sugli spalti. Io mi alzo e scappo un paio di volte, Aldo ride e dice che sono fifona, ma sono tutti quattro volte me, e lui la sensazione di essere l’unica bianca nello stadio non ce l’ha. Però tutte le volte che qualcuno fa casino, e comincia il maremoto, sembra come una catarsi: il malcapitato, che chiaramente ha fatto qualcosa di sbagliato, tipo lanciare un insulto, si incazza con tutti, tutti si saltano addosso, poi il malcapitato chiede scusa e tutti si risiedono. Le risse scoppiano anche i campo, ed a un certo punto la polizia entra con le moto e fa una sorta di parata lentissima e osannata da tutti.
Capisco quindi, dopo più di un ora di attesa, che non stiamo aspettando lo spettacolo, ma che questo E’ lo spettacolo! Si va allo stadio per assistere a tutti i preparativi rituali e magici che precedono un combattimento, accompagnati, per ciascuna “scuderia” di atleti, dai propri percussionisti di djembè, e tutti sono infiammatissimi, e il tifo è come durante le nostre partite.
Con l’aiuto di Mamadù, e seguendo gli umori della folla, comincio a capire quello che vedo: molto lentamente, una alla volta, sono entrate le quadre degli atleti, danzando in modo pesante da guerrieri, e la gente applaude la musica, un certo tipo di passo piuttosto che un altro, commenta le abilità, i gesti guasconi, si esalta e urla quando il proprio lottatore passa sotto i propri spalti; la ola scattata allo stadio quando sono entrate le moto era perché si trattava di Modou-Lò che guidava la moto di suo cugino poliziotto (tutti sanno tutto, è come un grande paese, dove gli eroi sono ancora vicini di casa della gente comune); i lottatori inventano i modi più spettacolari per fare il proprio ingresso: una corsa velocissima, una grande danza che sembra quella della guerra, girano avanti ed indietro per il campo, e mostrano che cosa la squadra ha con se: ovverosia tonnellate di gri-gri!
Per almeno due ore, intercalando il tutto con corse, risse separate da esercito e polizia anche in campo, danze – mentre si svolgono altri due o tre combattimenti minori - i lottatori lentamente si spogliano, rimangono in ciripà e continuamente si versano in testa e sul corpo il contenuto dei misteriosi bottiglioni: acqua, latte, olio, e poi sabbia, e ancora liquidi rossi, o gialli: tutti preparati dal marabù per propiziare la vittoria.

Si legano e slegano fascie, stringhe, cuoio, attorno a braccia, gambe, corpo; tengono in bocca delle particolari pipe colorate, brandiscono code di zebù o corna di montoni, tutto in un misto davvero strano di modernità e mistero, rito e mercato. E la gente commenta: l’ordine in cui vengono versate le bottiglie, la tal danza dopo la rottura della giara rossa, il corno brandito verso l’avversario, i segni sulla sabbia che il marabù ordina al lottatore di disegnare. Anzi, i marabù non ci sono, sono a casa; allo stadio con la squadra vengono i melangères, diciamo gli specialisti che conoscono perfettamente l’ordine con il quale le almeno quaranta bottiglie diverse da 10 litri devono essere versate addosso. Molte sono piene anche di pezzettini di carta colorata sciolta: sono le preghiere, i vaticini, le indicazioni che i marabù hanno scritto sui fogli, strappato in mille piccoli pezzettini e sciolto nei liquidi. Quindi i lottatori dopo poco sono coperti di latte, sabbia, pezzetti di carta, e poi olio, e ancora acqua, e qualcosa di rosso, e poi ancora carta, e poi corse, danza, e ancora bottiglie, e tutti che tifano, urlano, ballano.
Mi è piaciuto moltissimo.

Alla fine, quando il sole è calato, i lottatori sono entrati nel cerchio di sabbia (avvicinamento lunghissimo), lo stadio oramai stracolmo ha aperto i cancelli ed è rotolata dentro una folla di spettatori non paganti che premeva da fuori. Per un venti minuti buoni a me è sembrato che i due arbitri continuassero a dare il fischio d’inizio senza che nessuna delle centinaia di persone presenti nel campo li cagasse di striscio, e poi all’improvviso i due lottatori si sono messi di fronte e hanno cominciato a guardarsi. Silenzio totale nello stadio (diciamo, silenzio senegalese, gran casino ma chiaramente del tipo: questo è silenzio): per almeno un minuto e mezzo le Roc e le Caiman non hanno fatto altro che far girare le braccia in ampi cerchi, dall’alto al basso, sfiorandosi le mani, studiandosi (gente infastidita, troppo lungo; ma uno dei due è un tattico, e forse tutti e due i marabù avevano detto di non colpire per primo; o forse il marabù più forte aveva reso impossibile all’altro di cominciare, o forse uno dei due vedeva nebbia davanti a se, o il corpo dell’altro era rovente come fuoco. Queste tutte cose che i lottatori poi riferiscono, e che la gente commenta e si racconta a lungo).


Poi in pochi attimi Le Roc affonda un pugno, si sbilancia, Le Caiman lo afferra per la vita e lo piega, tensione immobile e violentissima fra i due, finchè Modou-Lò Le Roc scarica una serie di pugni (due? Tre? )velocissimi e violenti, si rialza con un colpo di reni, torce l’avversario e lo getta a terra: woooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo!!!
Boato! Modu-Lò Parte a correre…e noi come allo sparo del via letteralmente fuggiamo dallo stadio: tutto il mondo è impazzito!!!!! Tutti urlano e saltano, e io ho questo ricordo ridicolo ed inquietante di correre nell’imbrunire, nella polvere e nel casino di un grande boulevard africano tutto distrutto, annebbiato dalla polvere e dagli onnipresenti sacchetti neri di plastica che volano dappertutto, inseguiti da migliaia di persone che impazzite ruggiscono e urlano, e la sensazione che non hai chiaro se scappi o corri, ma che è meglio andar veloci. L’emozione in gola e l’adrenalina a mille, con Aldo che ride strano, e mi tiene per la mano, e tutto che si allontana, mentre per fortuna troviamo un taxi che ci carica al volo e scappa via pure lui!!! Dal lunotto tutto crepato ed impolverato vediamo nei lampioni sfuocati la gente che corre e grida, che non insegue noi, ma la propria energia, la radio del taxista dice che uno dei due lottatori ha i denti rotti, Mamadù racconta concitato l’incontro in wolof, e Modoù-Lò viene portato in trionfo fino a Parcelles.

Eva ci ha poi raccontato che ha fatto fatica a tornare a casa, che il quartiere era impazzito, che tutti urlavano e cantavano e ballavano, e si suonava ovunque, e che dopo mezzanotte la polizia ha letteralmente chiuso in casa tutti quanti.

Io, convinta di essere scampata alla morte ho avuto l’adrenalina a mille tutta notte, e facevo i cori da stadio a letto, “Modu-lò!!! – Modu-Lò!!! – Modu-Lò!!!”. Che poi ho trasformati in “Zigu-lì zigu-lì bonna-nuit-Zigu-lì” per Aldo, grande lottatore di questa famiglia, che ha cercato di soffocarmi col cuscino.


lunedì 30 marzo 2009

FILMINI DI FAMIGLIA - Senegal 1: Gli Aldo's a Dakar



Questo un primo collage di foto sul nostro atterraggio quaggiù.
In perfetto stile "Mulino Bianco" ....
manca solo la colonna sonora "Wonderful World" di Amstrong...
Mostra essenzialmente la nostra vita quotidiana qui a Dakar,
quindi niente più che un filmino di famiglia...ma mi sono divertita un sacco a farlo!!

martedì 10 marzo 2009

Senegal 4 - Atelier Colombine

L’Atelier Colombine è un muro vecchio, bianco scrostato e macchiato di colori e creta, chiuso in quadrato, per metà col tetto di lamiera, e per metà senza tetto, con un bellissimo albero che ne ombreggia la metà scoperta.

Alle pareti sono addossati scaffali pieni di statuine e sculture di creta, di tutte le dimensioni, colori e qualità. Al centro un tavolone, con panche e sgabelli, colori, scatolini di yogurt vuoti, e tutto intorno bimbi che in un pacifico silenzio colorato ed arioso intenti impastano, modellano, fanno girare il tornio, colorano.

Un lato è occupato dalla fossa della creta (un bel bucone) e da una vasca divelta e piantata nel pavimento, che per altro pavimento non è perché è tutta terra battuta; poi c’è il grande forno – che cuoce una volta la settimana tutti i lavoretti che grandi e piccini creano a Colombine.


L’idea è venuta a Ibrahim Ndiaye, un artista oramai maturo che ha deciso di aprire questo atelier a Ouakam, Citè ASECNA, un quartiere allegramente popolare di Dakar, dove finalmente io ed Elia ci sentiamo assolutamente a casa.


La grande particolarità, che assieme ai colori e alla luce crea l’atmosfera magica di Colombine, è la quiete. Strano a dirsi perché si trova in un quartiere popolosissimo, e il laboratorio è frequentato da bimbi piccoli, abituati a fare un bel casino cosmico. Ma anche se è pieno (e bastano 7, 8 bimbi e i ragazzi che insegnano loro), si sente solo, oltre al concerto dei colori, la leggera musichetta senegalese di sottofondo, che proviene dalla radiolina vecchia in alto su uno scaffale (tipo Youssun’Dour).


Tanti bimbi che creano ed imparano a lavorare e cuocere la creta quasi in silenzio. Mica costretti, sia ben chiaro, ma naturalmente impegnati a comunicare nella massima disinvoltura con i ragazzi sordomuti del quartiere che sono i loro maestri: con un garbo, una pazienza e un allegria olimpica, ragazzi con un handicap che si sovrappone a quello di essere stati abbandonati dalle famiglie, insegnano a creare e gustare la pace ad altri bimbi senegalesi, europei, asiatici, che qui vengono dopo la scuola, nelle vacanze o il sabato.


Il risultato è una magia, piena di entusiasmo, colore, serenità: gesti che creano, terra da impastare, il tornio che gira, una gabbietta di pappagallini sospesa a un vecchio chiodo, e c’e’ sempre una bella arietta (del resto c’e’ solo metà tetto…).


Elia non si era accorto che i ragazzi erano sordomuti, preso dall’entusiasmo di imparare, di inginocchiarsi a terra a raccogliere la creta dal buco, di farsi tenere le mani attorno all’impasto sul tornio. Quando gli ho detto “Hai visto che bel posto?” alla fine del primo giorno lui mi ha risposto “Si è proprio tranquillo, mi piace molto”, a riprova che la comunicazione passa da altri canali che non quello che ci viene in mente per primo. Allora gli ho detto che i ragazzi non ci sentivano, erano sordi, e che per capire poteva tapparsi le orecchie. Lui ha fatto la prova, ed è stato così, a guardare fuori dal finestrino dell’ennesimo taxi scassato che ci portava verso casa.

E su taxi forse di tapparsi le orecchie ce n’era davvero bisogno! Per arrivare a Colombine si attraversa Ouakam, che per Eva è un bel quartiere; ma abbiamo già appurato che il concetto del bello è assolutamente relativo. Forse bello perché ancora a Dakar, e quindi più caro degli altri, tendenzialmente molto simili, ma molto lontani dalla città.

Solita strada intasatissima, ma essendo popolare, molto più di carretti trainati da persone e cavalli piuttosto che di macchine, e dove gli Almahdulillah prevalgono su tutto. Ai bordi della strada tutta la vita possibile; anzi, i bordi della strada spesso ricoprono la strada intera, e quindi ci si ferma a lungo. File di banchetti dove si vende di tutto, nella polvere: giganteschi mucchi di uova, pile di frutta, vasellame, catini catinelle e seggioline, bastoncini da masticare al posto di spazzolino e dentifricio, roba usata, carne difesa dalle mosche con code di vacca, sacchetti di spezie, tantissimo fieno (benzina dei quartieri popolari) e carbone. Mentre andiamo verso casa ci blocchiamo due volte: una per far passare una grande mandria di zebù, le mucche africane (come se dovessero passare tra le bancarelle della Montagnola), ed Elia non batte ciglio. Si stappa le orecchie, e mi dice “Una differenza con Bologna l’ho capita benissimo: qui i taxi sono gialli; guarda che corna lunghe quelle”.



La seconda volta per un interminabile fila di donne, bimbi (uomini pochi, al solito) in coda con le bombole del gas da 5 litri, per farsele riempire, sul lato della strada (no, veramente sul lato della strada ci stavano, nell’ordine: le masserizie dei negozi, le bancarelle davanti, gli avventori negozianti e relativi milioni di bimbi, i carretti in moto o parcheggiati, i talibè ad osservare il tutto, e quindi la file di gente stava proprio sulla strada). A Dakar non c’e’ una carenza di gas. Ma anche noi abbiamo dovuto mandare Mamadù in giro per tutta la città a cercare una bombola, pagata a costo doppio. C’è che l’importatore di gas e quello di carbone si sono messi d’accordo, e quello del gas non immette più bombole piene. Così quello del carbone fa affari d’oro, sale il prezzo del gas, e dopo un po’ il gioco si inverte. Infatti riusciti a passare la fila del gas rimaniamo ancora bloccati dietro all’enorme camion stracarico di carbone sul quale decine di talibè neri (il carbone sporca anche loro) lanciavano sacchi sui carretti di sotto.

A Elia e Francesco piacciono i taxi gialli tutti rotti. Qui a Ouakam alcuni sono diventati parte fissa della vita di strada. Quelli che proprio non partono più diventano case di capre, riparo per talibè, banchi di frutta, panchine per decine di bimbi che osservano la confusione, comodi poggiaschiena per sfaccendati, convinti o vinti. Alcuni hanno al sabbia che arriva a metà ruota.



Ho fatto la strada di Ouakam a piedi diverse volte, mascherata da Libanese, ovverosia uguale a prima ma con foulard-copricapo e senza occhiali da sole. Acquisto una rispettabilità ed un invisibilità non fruibile da una toubab normalmente. Anche qui la percezione delle cose è diversa: se ho la testa coperta e gli occhiali da sole sono una bianca e molti mi si attaccano dietro. Se non ho gli occhiali da sole e porto meglio il copricapo sono una residente libanese musulmana che non si disturba. E’ fantastico: entro nel mercato coperto e mi perdo tra mille odori penetranti, faticando a farmi largo tra le migliaia di donne che comprano e vendono perché non ho uno dei loro super culoni che mi fa largo tra la folla.

Misteriosamente ogni tanto sulla strada c’e’ un calcetto, un calciobalilla, non so come li chiamate; nella polvere con gente che gioca. Liberissimi tutti di giocare, per carità, ma in africa non ne avevo mai visti. Mi fa venire in mente istantaneamente un capitolo del libro “Madame BA”, nel quale, descrivendo l’insensatezza di alcuni inutili progetti di sviluppo si narra appunto (e mi sorge il dubbio che non fosse finzione narrativa) di quell’aereo di una grande organizzazione internazionale che atterra su una qualche pista polverosa dell’West Africa e scarica in pompa magna decine di calciobalilla per la pace fra i popoli. Se era vero ho trovato dove sono finiti.



Citè ASECNA confina con l’aeroporto, il che significa che mano a mano che ci si avvicina, l’atmosfera si trasforma da confusione africana a paesaggio semi-desertico: pochi edifici, larghi, nella sabbia, aria un po’ da terra di nessuno. Solo alla fine si svolta a sinistra e si rientra nel quartiere vivace. E’ proprio in questa ventosa terra di nessuno che il primo giorno ha attirato la mia attenzione una casetta, abbastanza sgarruppata come le altre, con staccionata, ombrellone di paglia obliquo e cortiletto con l’insegna “Galerie d’Art”. Decisamente incongruente (per me) ed infatti combattendo contro il vento mi sono avvicinata. Sul muretto mezzo rotto stava seduto solo un signore di mezza età, spettinato e coperto di sabbia (come tutti) che quando mi ha visto arrivare mi ha accolto con calma e amichevolmente, senza alzarsi, come se si aspettasse un visitatore, e con un gran sorriso senza metà denti.

Io che parlo a stento il francese ho cominciato a dirgli che ero li, per portare il mio bimbo all’atelier Colombine e che ero curiosa della sua galleria. Sinceramente volevo vedere che cosa poteva venir in mente di esporre in un luogo del genere. Lui si è scusato dicendomi che gli dispiaceva, ma aveva tutto in esposizione altrove, e allora gli ho promesso che sarei tornata quando le opere fossero rientrate. Ai saluti (lunghissimi), chiaramente mi ha invitato a pranzo da lui con marito e figli e quando ha capito che ero Italiana, mi ha detto un gran “Arrivederci!” senza denti. Coprendomi la bocca col foulard perché l’Harmattan ci stava infilando sabbia anche nelle orecchie gli ho detto “Mais vous parlez Italien!” e lui, nei turbini di sabbia come in un quadro senza paesaggio di De Chirico “Si, il mio maestro all’accademia di belle arti era italiano!”



L’ora dell’uscita dall’atelier è bellissima. L’atelier è dentro il quartiere, lontano dalla strada, dove di macchine non ce ne sono; di fronte c’e’ lo slargo di una moschea, e degli alberi, e una grande scuola (do’ capannoni nella sabbia), con un muro di cinta mezzo rotto, sul quale un maestro pedante o un animo grandioso ha scritto “ La riuscita sta all’inizio dello sforzo”. Io, romantica ed idealista chiaramente mi ispiro, mi commuovo e ispiro sabbia a pieni polmoni.

Tutta la piazza è piena di donne, uomini in bubu coloratissimi che chiacchierano, bimbi che cantano, corrono e giocano con sassi, bastoncini, vecchie ruote di bicicletta, bimbe spesso coi capelli dritti in decine di treccine che sembrano stoppini, e vento e sabbia che vola dappertutto. Mi perdo Elia, ma è tutto talmente familiare che non mi viene da preoccuparmi; infatti lo ritrovo, guardandomi un po’ attorno, è seduto su un mucchio di pietre con intorno delle capre sonnacchiose, che quando mi vede mi grida felice, mostrandomi in alto dei sassolini bianchi “Ho capito guarda. Tre più due fa cinque!!!”

domenica 8 marzo 2009

Senegal 3 - Il colore degli angeli


Breve intervista a Francesco su Mamadù,
il custode della nostra casa,
un ragazzo Bambara del Mali, molto dolce,
che passa molto tempo con Francesco.


Insieme zappano, innaffiano,
ascoltano musichette allegre, e chiacchierano seduti con gli altri guardiani del quartiere,
sul marciapiede.




La dice lunga su quali sono le cose importanti,
e su come anche le cose più evidenti
alla fine
possano risultare semplici condizionamenti...



Mi pare fosse una frase del piccolo principe: "L'essenziale è invisibile agli occhi. Non si vede bene che con il cuore"








venerdì 6 marzo 2009

Senegal 2 - Impasse

Qual è il motivo per cui non scrivo?

Perché dovrei dire che qui mi sembra di perdere del tempo a far la ricca.
Facile obiettare che sono appena arrivata, e che anche a Bomet, seppur molto più pittoresco, ispiratore e rurale, la pure facevamo i ricchi (cemento per terra, qui piastrelle; villa qui e là malga…ma la scala è la stessa..).

E’ che qui lo sento di più, giocoforza: Dakar è una bruttissima città, Bomet erano morbide colline sempre sovrastate da un arcobaleno. Il senso di claustrofobia alla fine ci veniva anche a Bomet, perché era un buco di culo (come ben descrissi in uno dei primi letteroni) e perché le collinette dolci ricoperte di tukul, si estendevano identiche a se stesse per centinaia di km tutto intorno. Ricordo che un giorno eravamo partiti tutti contenti per un giro in moto, ma più macinavamo i km più aumentava il senso di disagio, come se fossimo davanti ad un rullo che ripeteva all’infinito lo stesso 20 cm di paesaggio senza variarlo di una virgola.



Qui invece la claustrofobia è data dal fatto che siamo in una metropoli, e che non si sentono le voci di nessuno, perché sovrastate dal rumore e dal puzzo del traffico; perché c’e’ internet, emule, skype, le monde diplomatique, tutti i supermercati, e quindi non solo non posso fuggire dallo smog e dallo stress, ma neanche dalla “civiltà”; essere qui non fa per me nulla di diverso di quanto non avrebbe fatto la vita in un qualunque paese europeo. Con l’aggravante però del profondo malessere che mi abita a causa della povertà che mi viene sbattuta quotidianamente sotto il naso, e della prevaricazione della classe dei ricchi e potenti sui poveri, che qui è veramente schiacciante.
Certo: sono chiusa in casa, sono moglie a seguito, mi occupo di cose stupide (cibo, arredamento, relazioni con scuola e mamme, cromie dei tessuti della casa e del giardino, seppure cercando di non farsi prendere la mano). Insomma….ma non dove vo andare in Africa???



E’ che l’africa nella mia testa era la luce di Bomet, la campagna di Bomet, le voci tutto intorno a noi del paesino Bomet, che sole abitavano lo spazio, i tramonti, i negozietti, le passeggiate con le acacie e gli alberi fiamma che si stagliavano nel cielo (e qui nonno Franco avrebbe qualcosa da obiettare…ricordo la tua espressione quando cercando di muoverti per Bomet, e costretto a farlo attraverso i rigagnoli mefitici, con l’idea di saltare da un sasso all’altro ti ritrovasti si a saltare, ma scoprendo che quelli che sembravano isole-sassi erano invece isole-merdedivacca)…



Anche i parchi qui sono una brutta, miserrima copia di quelli che avevo visto in Kenya e Tanzania. Bella forza, ancora, direte voi, certo, il Senegal mica è famoso per i parchi…(per lo meno la zona in cui ci troviamo noi); siamo stati domenica scorsa alla riserva di Bandià: 70 km a sud di Dakar.
Tralasciando il fatto che tutti gli animali presenti (solo erbivori; niente elefanti; dei bufali che a me sembravano vitellini nani) non sono originari di qua ma sono stati importati dal Sud-Africa… tralasciando il fatto che ho capito che a me i safari piacevano, più che per gli animali (che vedere la giraffa ruminare non è che dia emozioni a lungo termine) piuttosto per la maestosità dei paesaggi, e che Bandià è un sterpaio cieco per svariati ettari, con degli slarghi su qualche baobab ogni tanto; e che i coccodrilli nello stagno di Bandià sono lunghi circa 80cm contro i 5 o 7 metri di quelli in libertà accanto ai quali campeggiavamo con i falò delle nostre guardie Maasai (Silvia , Lucio….happy new year 2001!!!); tralasciando tutto ciò (che rende comunque la gita un must per famiglia con due bimbi di 5 e 3 anni – e una giornata indimenticabile. Elia, in piedi nel fango davanti al rinoceronte in libertà, scocciato: “Beh, vedere un rinoceronte è facile, guarda com’è grosso…le lumache invece sono difficili da trovar...guarda che corno, e che culone!” “Uffaaa, mamma aiutami a cercare le lumache…”) quello che mi ha sconvolto, tralasciando tutto ciò, sono stati i 25 km di periferia suburbana disastrata che obbligatoriamente bisogna percorrere se si vuole uscire da Dakar.



Per uscire da Dakar, che è una penisola che si sporge verso l’oceano, c’e’ un'unica strada, ad una sola corsia spesso interrotta da lavori, incidenti, bestiame, e ingorghi. Questa strada serve persone e merci che intendono entrare-uscire dalla capitale. Più della metà della popolazione del Senegal vive a Dakar, e il grosso in questi 25 km fuori dalla città, che sono meno cari in termini di affitto di stanze o stamberghe; quindi tutti i giorni almeno un quinto della popolazione del Senegal imbocca la suddetta strada per lavorare, commerciare, tornare a casa. Un incubo. E’ brutta, brutta, brutta, tutta terra secca e sabbia che vola, e traffico, casino, smog, baracche, mucchi di merci, edifici diroccati, e sporcizia ovunque. Ribadisco, ho abitato in Kenya, ho imparato a guidare sul lato destro della strada a Kibera, il più grosso slum del continente africano, conosco abbastanza bene quartieri analoghi della capitale Keniana (come Riruta); ma mai ho avuto la sensazione di oppressione che ho avuto in quei 25 km di polvere. Si, l’ho avuta, a piedi negli slum di Nairobi. 



Poi a breve (hahahahahahaha!!!!) sarà finito il nuovo aeroporto di Dakar, costruito nell’entroterra a 50 km dalla città. L’attuale è letteralmente in città, e gli aerei passano sopra la testa a pochi metri. A parte il fatto che sarà inservibile se non finiscono anche la rispettiva autostrada, poiché per percorrere quei 50 km ci vorranno in media dalle 3 alle 5 ore (visto lo stato della strada e del traffico), questo ha fatto si che tutti i terreni situati tra città e nuovo aeroporto acquisissero valore, e quindi, finita la bruttura della grande cintura Dakaruoise (che di claustrofobia ne da mica da ridere), comincia….la secchitudine della secchitudine…altri kilometri che forse un tempo erano misteriosi ed affascinanti, con i baobab disseminati, ma che ora fanno ancor più tristezza, perché moltissimi sono già lottizzati, e quindi delimitati da altrettanti reticoli di mattoni di cemento secco, lamiere, ammassi di sabbia.



Vabbè, Karen Blixen è infastidita dalla polvere e dallo sporco e tornerebbe tanto volentieri nella sua residenza di Karen, nella foresta di Nairobi. 



Nel mentre Aldo, che voi conoscete bene*, esce di casa in giacca e cravatta, parla con due cellulari, torna tardi, sempre inseguito da un codazzo di funzionari, impiegati, artigiani, postulanti. I meglio sono i soggetti, italiani, senegalesi, o italo senegalesi che cercano di farsi approvare proposte da finanziare sul progetto che segue per il MaE. “Si ho un idea fantastica, facciamo energia dalla merda …no, non è un idea mia, c’e’ nel film "Mad Max";…guardi io intendo comprare un traghetto e far servizio Dakar San Louis;….senta io faccio lo yogurt a Tuba (deserto) ma avrei bisogno di un incoraggiamento;…compriamo un autobus che parte dall’italia e attraversa le città del deserto;…facciamo un bello scambio con la camera di Commercio di Cosenza;….ho un cugino che ha un amico che….”.
(*: come uomo pacifico che ama la vita di famiglia e pescare, e se potesse vincere un concorso da postino…).



Mitico sopra ogni cosa rimane il grande, grandissimo Francesco Sole.
Tutte le mattine esce di casa con zainetto, borraccia e martello (giocattolo), per aggiustare Dakar. Manifesta disappunto per ogni casa sfasciata, taxi cadente, marciapiede e palo della luce divelto. Si ferma, descrive quanto vede, meticolosamente passa in rassegna tutte le ammaccature o pezzi mancanti dei taxi, e poi smartella puntigliosamente per sistemare ogni cosa. Ha un gran lavoro da fare. Una delle frasi più frequenti: “Mamma, tutto otto!” (rotto)
Come il 98% degli abitanti di Dakar stiamo vicino ad una moschea. I primi giorni, tutte le volte che il muezzin cominciava le alte litanie felice indicava il cielo col ditino, e diceva: “Tenti? Canta!”. Adesso (chissà, forse influenzato da papà…) alza gli occhi al cielo, allarga le braccia e dice “Ma Cioccia baatta!” (Internazionale esclamazione bolognese).



Sicuramente però mi sono spiegata male. E’ che nel tentativo di descrivere un aspetto delle cose, si fanno sparire gli altri, e pare che quello che si è scritto sia la verità. Che invece si riflette nei mille specchietti appesi tutto intorno a noi. E allora, un altro riflesso di questa vita qui a Dakar, è l’arcobaleno sul muro dell’Atelier Colombine. E quello apre il cuore.